Sergio Sollima

Amico di Sergio Leone, negli anni sessanta fu uno dei più noti specialisti del genere spaghetti western, con una particolare propensione alla costruzione approfondita dei personaggi. I suoi western erano considerati “politici”, perché caratterizzati da tematiche sociali, con riferimenti non nascosti alle lotte terzomondiste e a Che Guevara. Al rivoluzionario argentino è ispirato il personaggio di Cuchillo, interpretato da Tomas Milian nel dittico La resa dei conti (1966) e Corri uomo corri (1968), che divenne un simbolo per Lotta Continua e la sinistra italiana[2].

https://it.wikipedia.org/wiki/Sergio_Sollima

Faccia a faccia è un film western all’italiana del 1967 diretto da Sergio Sollima.

Trama

Brad Fletcher, un pacifico professore ammalato di tubercolosi, si trasferisce al sole del Texas per curarsi. Nella locanda che lo ospita si ferma la diligenza che sta trasportando in carcere Solomon Bennet, detto Beauregard, uno dei componenti della temibile banda di fuorilegge chiamata Branco Selvaggio, dispersa e decimata nell’ultimo scontro con le forze dell’ordine. Il bandito, ferito da un colpo d’arma da fuoco, è assetato e si lamenta: impietosito, Brad gli dà da bere e lui, approfittando dell’occasione, lo prende in ostaggio e fugge portandoselo dietro.

Durante la fuga la carrozza su cui viaggiano esce di strada e il conducente muore. Brad si prende cura di Beauregard, salvandogli la vita e cercando in tutti modi di redimerlo, ma Beauregard pensa a rimettere in piedi un nuovo Branco Selvaggio, sollecitato anche da un nuovo arrivato, Charlie Siringo, un agente speciale dell’agenzia Pinkerton incaricato di infiltrarsi nella banda. Beauregard, una volta ricomposto il gruppo, libera Brad, che però – mentre sta attendendo nella città di Purgatory City il treno per lasciare il Texas – spara per la prima a volta a un uomo, salvando la vita al fuorilegge.

Affascinato dalla vita avventurosa Brad decide di unirsi al ricostituito Branco Selvaggio, accorgendosi presto che non è soltanto un gruppo di banditi, bensì lo strumento armato di un gruppo di ribelli che vive nella impervia zona delle Pietre di fuoco. Con il passare del tempo Brad si lascia affascinare dalla violenza e il timido professore lascia il posto a uno spietato assassino. Dopo varie vicissitudini, tra cui una sanguinosa rapina in banca ideata dall’ex professore e un assalto di un gruppo di 500 vigilantes a Pietre di fuoco, conclusosi con una carneficina, è Beauregard a porre fine al suo delirio di onnipotenza, uccidendolo.

https://it.wikipedia.org/wiki/Faccia_a_faccia_(film_1967)

NOTA-  Anche stavolta Wikipedia non la racconta giusta: il professore fa in tempo a spiegare la differenza tra crimini individuali (sempre puniti ) e crimini di stato (sempre impuniti)

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Futurologia

Correvano allora, e a passo di carica, gli anni ultimi anni Sessanta e i primi del decennio seguente. Nei paesi che avevano subito le ferite della guerra e le fatiche della ricostruzione, si era già fatto registrare il periodo del boom e, malgrado le periodiche ricadute del ciclo economico – in Italia definite eufemisticamente «congiuntura» –, il clima psicologico volgeva all’ottimismo. Era in pieno svolgimento la gara per la conquista dello spazio extraterrestre, si erano moltiplicati – da noi raddoppiati – i canali televisivi e già da un po’ si parlava di cervelli elettronici, enormi cassoni di metallo che sapevano fare rapidamente calcoli quasi inaccessibili alla mente umana. La sigla Ibm cominciava ad avere un significato per molti e la parola «informatica» circolava a largo raggio.
Gli addetti alle previsioni sul futuro si dividevano, all’epoca, in due schiere, seguendo l’imperitura linea di confine tra ottimisti e pessimisti. Più che scontrarsi frontalmente, si spartivano i compiti e i favori del pubblico. I primi, nettamente maggioritari, puntavano sulle infinite meraviglie della tecnica e della tecnologia, sulla potenza dell’atomo, sulle strabilianti innovazioni nel campo delle telecomunicazioni e della mobilità tout court: il fertile genio di Jules Verne veniva estrapolato dalle pagine dei romanzi per ragazzi e si discettava sulla ormai prossima traduzione delle macchine da lui immaginate in strumenti della reale quotidianità (ma c’era anche chi rispolverava l’uomo-uccello di Leonardo da Vinci e il nome Icaro andava per la maggiore). La genetica faceva la sua parte e prendeva l’avvio la scommessa sugli anni che ci sarebbero voluti per vincere le malattie ed assicurare all’umanità, se non l’agognata immortalità, perlomeno una durata record, con una media spinta oltre il secolo. Gli assai meno numerosi scettici ponevano i primi interrogativi su quella che più tardi sarebbe stata chiamata “l’altra faccia del progresso”. Non smontavano il quadro descritto dalla controparte, ma lo corredavano di dubbi. Come sarebbe stato possibile sfamare una popolazione mondiale in costante crescita? Quali costi avrebbero comportato lo spopolamento delle campagne e il proliferare delle fabbriche nei centri urbani? Il Terzo mondo avrebbe retto l’impatto dell’aumento del già consistente divario di ricchezza rispetto ai paesi “sviluppati”? C’era persino chi metteva in circuito un’espressione fino ad allora riservata a qualche trattato scientifico, «ecologia», associata ad altre parole di recente ingresso nell’uso ordinario, come «inquinamento» e «ambiente».

continua su https://www.ariannaeditrice.it/articoli/profeti-di-sventura

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600 multipla

Presentata il 14 gennaio 1956 al XXXIX Salone di Bruxelles, può di fatto essere considerata una delle antesignane del moderno concetto di monovolume. Dalla “600 Multipla” venne derivato il furgone “600T“, prodotto dal 1962 al 1968, da cui deriverà a sua volta il furgone “850T“.

Era basata sulla Fiat 600 ed ospitava da quattro a sei persone, a seconda del tipo di modello.[2]

Vista laterale con le caratteristiche aperture

La versione 4-5 posti, oltre al sedile anteriore per due persone, disponeva di un unico sedile posteriore-centrale e di un ampio spazio per i bagagli tra lo schienale e il vano motore; abbattendo i sedili, poteva essere trasformata in un letto matrimoniale lungo quasi due metri.

La versione 6 posti, oltre al sedile anteriore per due persone, disponeva di quattro sedili singoli ripiegabili disposti su due file; abbattendo i sedili si otteneva un piano di carico di oltre 1,75 metri quadrati, interamente sfruttabile, al quale si poteva comodamente accedere mediante le due porte, una per ogni lato.

La versione taxi disponeva anteriormente di un sedile solo per il guidatore, al fianco del quale c’era un ripiano rivestito in gomma per appoggiare i bagagli; posteriormente montava invece un sedile unico posteriore e due strapuntini estraibili, per ospitare fino a quattro passeggeri.

Il posto di guida rispetto alla Fiat 600 venne spostato in avanti, eliminando il volume centrale e conferendo alla struttura le sembianze di un’auto da lavoro. Ebbe notevole successo come taxi negli anni sessanta e come piccolo pulmino economico. Nelle sue campagne pubblicitarie la casa produttrice puntava molto anche sul concetto, a quei tempi quasi rivoluzionario, di un’autovettura destinata anche al tempo libero, al camping e ai vari hobby.[3]

La prima serie monta motore 633 cm³, aumentato di cilindrata per la seconda serie (600 D Multipla) a 767 cm³.

La denominazione “Multipla” venne ripresa dalla FIAT, parecchi anni più tardi, in occasione della presentazione e produzione di un’altra vettura, la “Nuova Fiat Multipla“, che offriva sei posti di serie e che ottenne lo stesso spiccato successo dell’antenata nel campo del trasporto pubblico.

https://it.wikipedia.org/wiki/Fiat_600_Multipla

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Non si uccidono così anche i cavalli?

E i deboli?
Quelli che non si illudono di far parte dell’ élite perché gli è concesso di comprare qualche titolo di borsa, si comportano come i protagonisti di quel film di Sidney Pollack del 1969 (avete notato come i film di quegli anni anticipino situazioni che solo oggi si verificano appieno?).
Vi ricordate la trama: un gruppo di uomini e donne cercano di vincere i 1500 dollari in palio per una maratona di danza, ma i superstiti, e probabili vincitori, alla fine decidono di suicidarsi.

paologiatti.eu

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Dylan

Sempre Dylan fu tra le star che risposero all’appello di Michael Jackson, autore con Lionel Richie del brano corale “We are the World”, destinato a raccogliere fondi (campagna “Usa for Africa”) per assistere la popolazione dell’Etiopia colpita dalla spaventosa carestia del 1985. Oggi, a quanto sembra, siamo all’ennesimo appuntamento con la storia: si tratta di disseppellire John Kennedy, per aiutare il mondo a ritrovare il suo stesso coraggio. Cambiare tutto, senza paura: né del coronavirus, né dei suoi ipotetici “sovragestori”, che probabilmente sognano un pianeta di neo-sudditi, schiavizzati dal terrore dei virus (oggi il “corona”, domani chissà), e sottoposti alla dittatura orwelliana di una polizia sanitaria capace di imporre vaccini e microchip, azzerando la privacy e la libertà. Messaggio: il momento è cruciale. La sfida è lanciata: “Murder Most Foul” è nell’aria, ne sta parlando il mondo intero. «State al riparo, e state attenti», si congeda il quasi ottantenne Dylan. «E che Dio sia con voi».

(Giorgio Cattaneo, 5 aprile 2020).

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Asiatica

Del resto la preoccupazione per le malattie nell’epoca dei media non ha più a che fare con la loro gravità intrinseca, ma con l’allarme che suscitano che è ovviamente modulato dal potere. Una pandemia come l’asiatica che fece 20 mila morti solo in Italia nel ’57 ebbe ben pochi titoli e passò praticamente sotto silenzio, tanto che Paolo Monelli su la Stampa scrisse che “il terrore per una gentile influenza è dovuto solo al nome: asiatica”.  Allora il fattore, provato e documentato, che favorì il diffondersi dell’epidemia già durante l’estate fu il trasferimento continuo dei soldati di leva da un’area all’altra del Paese, mentre adesso la paura del coronavirus, così straordinariamente esibita, non impedisce un gigantesco trasferimento di truppe dagli Usa e da altri Paesi europei per le manovre di primavera in funzione antirussa.  Il fatto è, vedete, che le sindromi influenzali non sono mai gentili e sebbene tutti le abbiano prima o poi e spesso parecchie volte nella vita, sono nel complesso le malattie che hanno fatto più morti nella storia conosciuta dell’umanità. Non direttamente, ma nella stragrande maggioranza dei casi facendo collassare i sistemi vitali più compromessi da altre patologie. In realtà visto che esse fanno da 4mila a 10mila morti ogni anno solo lungo lo stivale bisognerebbe prendere severe misure per arginare il contagio tutti gli inverni, mentre questo non accade affatto. Accade adesso invece, nella più grande confusione possibile e nell’ambiguità, per coprire altri tracolli di umanità.

Troppi conti non tornano

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Scuola media unica

Luigi Gui, scomparso in questi giorni a Padova, fu ministro dell’istruzione ininterrottamente dal 1962 al 1968 in governi presieduti da Fanfani, Leone e Moro.

Con lui al ministero dell’Istruzione nacque nel 1962 la scuola media unica che segnò una svolta storica nella giovane repubblica italiana, in quanto dava attuazione al dettato costituzionale dell’obbligo scolastico per la durata di almeno otto anni.

Prima della scuola media unica, era stata la scuola elementare a rappresentare il limite dell’obbligo di istruzione , che si conseguiva con il superamento dell’esame di licenza o con la frequenza scolastica per almeno cinque anni.

Per decenni la scuola media (già ex-ginnasio triennale) era stata scuola di élite a cui si accedeva con un esame di ammissione. In alternativa a quella scuola, per cinque anni potevano proseguire gli studi frequentando scuole di avviamento che avevano normalmente sbocco verso il lavoro.

Con la nascita della scuola media unica prendeva avvio in Italia la scolarizzazione di massa che avrebbe avuto pochi anni dopo la sua massima espansione con la frequenza della scuola secondaria superiore e che, in particolare, avrebbe portato anche le donne ai massimi livelli di istruzione.

Una curiosità: la legge istitutiva (n. 1859 del 31.12.1962) chiamò la scuola media come “secondaria di I grado”, una denominazione che, come si vede, è ritornata.

Gui. Il passo storico della scuola media unica

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Non è colpa del ’68

Siate onesti, entrate nelle case e guardate se i principi deleteri del ’68, così come li cita Guarini non sono entrati in tutte le case al di là di ogni ideologia professata. Allora vuoi dire che dobbiamo scavare più a fondo per capire il Fenomeno. E l’indagine deve svolgersi, senza pregiudizi, su una società per la quale tutti i diritti sono ammissibili. Non sono più le limitatezze economiche a condizionare le scelte delle famiglie, come nella società contadina. Le scelte educative non  scaturiscono più solo dallo stato di necessità, ma debbono diventare scelte culturali coscienti, a volte controcorrente rispetto all’ideologia dell’infinito consumo. Ecco da dove scaturisce il disagio.
Ecco dove ha origine la difficoltà della limitazione o della proibizione. In nome di che cosa
rinunciare se i soldi ci sono? In nome dei principi? Ma se sono principi che valgono solo per esigue minoranze…
Avete provato a negare l’acquisto del telefonino ai vostri figli? Bene, appariranno tra i compagni di banco della loro scuola come dei paria. Alla fine quindi vinceranno loro.
Avete provato a regolamentare l’uso della televisione in casa? Avrete fatto per un po’ la figura degli arretrati che non stanno al passo coi tempi e poi avete ceduto.
Avete provato a comprare vestiti, cartelle, astucci non firmati? Siete sicuramente finiti nelle voragini dell’antimodernismo e alla fine non avete resistito.
Il fatto è che oggi una pedagogia non pauperistica ma basata su principi seri va totalmente
controcorrente e, o si hanno le palle, oppure è meglio lasciar perdere.
C’è un’altra soluzione, ma questa è troppo estrema: non far figli come i preti e le suore. Allora diventa facilissimo educarli.

Giancarlo Maculotti, Lettera dalla scuola tradita, Armando 2008,  p.16

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Panorama

Come testimonianza esemplare di quegli anni abbiamo scansionato in PDF il numero 176 di Panorama del 28 agosto 1969

 

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Piazza Fontana

di Marco Palladino.

Cinquant’anni orsono iniziava la stagione stragista e si inauguravano gli anni di piombo.
17 morti a Piazza Fontana, per i quali, dopo mezzo secolo, stranamente, non ci sono colpevoli.
La stagione del terrorismo iniziava, guarda caso, con l’attacco a banche pubbliche; un segnale fin troppo chiaro per i pochissimi che ragionano, non raccontatelo però agli “insardinati” di ieri, di oggi e di domani; sarebbe come dare perle ai porci. Inutile perdere tempo.
Quella lunga stagione di sangue e attentati continui, terminò, guarda caso, all’alba della stagione europea e dei relativi trattati; nasce l’UE e finisce il terrorismo, finiscono le proteste e le mobilitazioni. Che strano.
Quell’attentato segnò la nostra storia, finì in qualche canzone, in innumerevoli trasmissioni ed in inutili processi.
Fa specie notare come, quell’ ”intellighenzia” che si indignava per quei morti e per quel dolore e parlava di libertà e diritti, ora bacia la stessa mano che quella pagina scrisse e continua a scrivere, fino ai giorni nostri, con il paese ormai in coma, prossimo alla fine. Missione compiuta.
Ma i peggiori nemici non stanno all’esterno, ma all’interno, parlano la nostra stessa lingua e tramano contro il loro stesso sangue.
Una maledizione che ci perseguita dalla notte dei tempi e fu così anche allora: chi si oppose a certi “progetti” finì in una tomba, gli altri fecero carriera, fino ai più alti scranni delle istituzioni, osannati dagli idioti, che non sanno neanche capire il contesto in cui vivono, il cui unico obiettivo è farla franca a danno degli altri; esistenze indegne, che non conoscono onore.
Una macchina infame sempre in produzione quella dei traditori, ce ne una sfornata per ogni stagione, non mancano mai, abbondano persino e fanno a gara tra di loro: solo per restare ai nostri anni, si va dal vile affarista, passando per il “cattolico adulto”, fino agli schiavetti di ieri sera, che approvano il MES, quando avevano dichiarato di volerlo smantellare.
Gli “esterni” non avrebbero mai trionfato, senza il prezioso e decisivo aiuto degli “interni”.
Sono loro che hanno sempre affondato il coltello nel cuore della loro stessa terra, da 160 anni a questa parte, fino alla “vittoria” definitiva di queste ore.
Si, perché ormai si fa davvero fatica a sperare, in questa camera ardente dove ci hanno incatenato.
Dante li fa finire nel IX cerchio dell’inferno, quello di Antenore, il traditore di Troia.
Il problema è la capienza: sono davvero troppi. Sarà dura farli entrare tutti.

da Facebook
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Autostrade d’Italia

Il sistema autostradale italiano è stato costruito per le automobili: all’epoca, circolavano anche i camion, ma non nella misura attuale e né nelle dimensioni.

Dobbiamo riflettere che sistema autostradale, quando fu progettato – fra gli anni ’50 e quelli ’60 – non conosceva ancora l’autosnodato! Il quale entrò in scena soltanto verso la fine degli anni ’60 ma non nei termini odierni: i grandi e pesanti trasporti sulle lunghe tratte, avvenivano per ferrovia!

Attualmente, un autoarticolato pesa, a pieno carico, 44 tonnellate, ossia quanto 44 automobili, ma il problema non è che “un camion vale 44 macchine”, non è questo il problema. Il vero problema è che l’autoarticolato ha un peso per assemassimo di 9,5 tonnellate, ossia è come se passassero, in brevissimo tempo, cinque automobili da 9,5 tonnellate ciascuna, quando un’automobile pesa all’incirca una sola tonnellata e, dunque, mezza tonnellata per asse. Il “tu-tun” che avvertite sui viadotti, vale mezza tonnellata per le auto e 9,5 tonnellate per l’autosnodato.

Lo stress al quale sono sottoposte le strutture è evidente: un martellamento continuo, indifferente al tempo, alle stagioni ed al clima, che disarticola le strutture portanti. Difatti, per i carri ferroviari – che hanno un peso per asse che varia dalle 16 alle 22,5 tonnellate (non molto distante dalle 9,5 di una autoarticolato) – si prevede una strada ferrata appositamente costruita. Invece, 9,5 tonnellate “in continuo” sono considerate una “normalità”. La corruzione e i falsi report “consolatori” redatti dagli ingegneri collusi, hanno poi fatto il resto: difatti, Gavio finanzia la fondazione di Renzi mentre Benetton quella di Toti.

La scelta del cemento, infine, ha fatto il peggio: all’epoca di costruzione del sistema autostradale l’Italia non aveva una sufficiente produzione d’acciaio – difatti, si costruirono ben 4 grandi centri siderurgici e Gioia Tauro doveva diventare il quinto – e lo stesso ing. Morandi che costruì il ponte di Genova era perplesso sulla durata del manufatto, che non prevedeva oltre i cinquant’anni. Ma l’acciaio non c’era e, inoltre, era costoso: l’industria automobilistica si accaparrava la produzione nazionale e lo importava anche da altri Paesi.

Solo per citare un esempio, il ponte di Brooklyn – in acciaio e granito – è in piedi dal 1883 e sta benissimo.

Se vogliamo essere impietosi verso quelle classi politiche, dobbiamo ricordare che il primo, enorme, allucinante fallimento fu la Salerno-Reggio Calabria, del quale nessuno se ne assunse la paternità. Lasciando per un attimo stare gli evidenti episodi corruttivi che ci furono, dobbiamo riconoscere che l’uso del cemento armato fu messo a dura prova nello scenario più difficile che ci fosse nel Paese (Sila ed Aspromonte) – per l’ardire delle costruzioni e l’evidenza del territorio impervio, più la scarsa “tenuta” delle rocce e dei sedimenti in genere – portò ad un fallimento epocale, che ancora oggi non ha trovato soluzione. Lo Stato s’è arreso togliendo il pedaggio sulla tratta: non costa niente, arrangiatevi.

Oggi, è inutile che uomini politici come il Presidente della Liguria – Toti – faccia il verginello, affermando che senza autostrade il porto di Genova non può continuare a smaltire 4.000 TIR il giorno: inoltre, già che c’era, ha accettato anche i nuovi sbarchi di Vado Ligure, altri 800 TIR il giorno della Maersk da sistemare, senza più autostrade. Ma Toti conosceva la situazione, sapeva che il crollo del Ponte Morandi era stato solo il campanello d’allarme di una situazione che stava degenerando.

L’Ing. Paolo Forzano, di Savona, da mesi aveva denunciato lo stato di degrado dei piloni autostradali liguri, presentando esposti alla Procura savonese, dei quali non si conoscono gli esiti.

Non si tratta della scoperta dell’ignoto, bensì soltanto del naturale degrado del cemento armato, che ha una durata di 40-60 anni. Se ci aggiungiamo un po’ di corruzione negli appalti e nei materiali, ancora meno.

Perché è evidente che con i falsi rapporti non si può andare avanti, e nemmeno nascondere la testa nella sabbia è la miglior soluzione, parafrasando Lenin, non ci resta che porci l’annosa domanda: che fare?

Leggi tutto su http://carlobertani.blogspot.com/2019/11/cambiare-materiali-filosofie-di.html

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C’era una volta a Hollywood

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Quella telefonata nel cuore della notte


È notte inoltrata, si narra, quando squillò il telefono a casa di Enrico Mattei. Le due circa.
«Pronto, Mattei. Ciao, sono Giorgio La Pira».
«Dimmi, La Pira», rispose infastidito per l’orario Mattei.
«Senti, ti devo chiedere un favore. Qui, a Firenze, sta chiudendo il Pignone. Tante famiglie rischiano di finire in mezzo ad una strada. Per Firenze sarebbe una tragedia. Devi rilevarla tu, quest’azienda».
«La Pira, mi spiace, ma noi dell’ENI ci occupiamo di petrolio. Il Pignone è nel settore tessile, che ce ne faremmo noi? Sei un caro amico, ma non posso».
«Mi è apparso in sogno lo Spirito Santo e mi ha detto che l’ENI deve comprare il Pignone e salvare la fabbrica».
«Sono un petroliere e compro solo pozzi di petrolio».
«Tu sei un petroliere, ma quello è lo Spirito Santo e ne sa più di te…».
«E vi sarete capiti male!».
La telefonata si chiuse così.
La mattina dopo Mattei ordinò di fare una proposta per acquistare il Pignone. E così fu.
L’ENI lo acquistò, salvò migliaia di famiglie, l’economia di Firenze e il Nuovo Pignone diventò un’eccellenza nel settore della meccanica e dell’impiantistica a livello internazionale.
Altri politici, che difendevano i diritti del popolo.
Altri imprenditori, che sapevano investire.
Oggi abbiamo Giuseppe Conte, che agli operai dell’ILVA di Taranto dice «Non ho la soluzione in tasca».
Questo mentre gli altri leader politici neppure hanno idea di cosa fare.
Cosa è cambiato dal 1953 ad oggi?
Allora avevamo una classe politica e imprenditoriale di livello, al servizio della gente e che sapeva trovare le soluzioni per farlo.
Allora avevamo la sovranità, monetaria (ovvero una banca centrale al servizio del governo e non “indipendente” come la BCE) e fiscale (non dovevamo sottostare ai vincoli di bilancio calcolati dagli “esperti” della Commissione Europea).
Ancora oggi esistono in Italia persone oneste e capaci e che sarebbero in grado di risolvere i problemi del Paese, ma il sistema di potere attuale, fondato sulla finanza e sul controllo dei mezzi di informazione, le tiene sistematicamente in disparte, favorendo invece l’ascesa al potere di persone incapaci. Nella migliore delle ipotesi.
Gilberto Trombetta

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Fiat

Alcuni degli articoli dedicati agli anni 60 non potevano ignorare i più riusciti modelli della casa, adesso non restano che i ricordi…

la Fiat campava di una facile rendita con gli aiuti dello stato, diretti e indiretti o con le sontuose commesse per le sue aziende di contorno, mentre la bolla di potere in cui si affastellano promiscuamente politica, affari e media le consentiva un dominio praticamente assoluto sul mercato italiano.Non aveva voglia di battersi seriamente per acquisire una posizione di spicco se non di predominio in Europa. Troppa fatica e soprattutto troppo incerto il guadagno padronale di fronte a una situazione di mercato che l’avrebbe costretta a migliorare e di molto gli standard costruttivi, le tolleranze di fabbrica, la scelta dei materiali e insomma ad abbandonare la mediocrità produttiva che poteva permettersi grazie a un quasi monopolio sul mercato casalingo che in seguito ha difeso impedendo che altri marchi, oltre a quelli Lancia e Alfa Romeo, acquisiti per quattro soldi, impiantassero fabbriche e centri produttivi in Italia. E così quando le avvisaglie del globalismo hanno battuto un pugno sul tavolo strappando all’azienda torinese sempre più fette di mercato interno, il gruppo è andato in situazione di costante apnea. Abbiamo di fronte agli occhi il massimo esempio di come un’eccellente capacità ingegneristica sia stata alla fine umiliata da una pessima pratica costruttiva e gestionale per motivi di immediato profitto padronale, uno iato, un precipizio che peraltro possiamo notare in ogni campo di questo disgraziato Paese.

Pegiò per noi

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Alessandro Cutolo

Fu professore ordinario di storia medievale all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”[1] e di Bibliografia e Biblioteconomia all’Università Statale di Milano[2]. Fu il primo direttore del mensile Historia, edito da Cino del Duca, a partire dal dicembre 1957.

Divenne popolare come conduttore della trasmissione Una risposta per voi trasmessa dalla RAI dal 1954 al 1968, uno dei primi programmi di divulgazione culturale offerti dalla televisione. La sigla musicale di questa rubrica era il brano orchestrale “Stradivarius” di Carlo Alberto Rossi. Cutolo – che si proponeva come una sorta di tuttologo televisivo ante litteram – ha continuato a riproporre negli anni ottanta la stessa tipologia di trasmissione su una emittente locale campana, quando ormai era ultra ottuagenario ma sempre brillante e arguto.

da Wikimedia

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Governo balneare

Il 1963 si apre con una violenta campagna contro la riforma urbanistica, che conduce al suo affossamento. È un segnale, il primo, della crescente ostilità contro il centro-sinistra. Questa ostilità ha sparso abbondanti semi di divisione tra De e Psi. che marciano sempre più divaricati verso il traguardo elettorale, un vero e proprio test sulla nuova formula politica, cui si giunge con questi due partiti in fase di accentuato disimpegno rispetto al centro-sinistra. Le elezioni non sono un successo per il centro-sinistra. Netta la sconfitta della DC che perde circa un milione di voti, passando dal 42.4% al 38%, con 13 seggi in meno alla Camera: sensibile anche la battuta d’arresto socialista, perché il Psi pur guadagnando nel numero assoluto dei voti, scende in percentuale dal 14.2 al 13.8: stabili invece i repubblicani (1,4%) e notevole l’avanzata socialdemocratica: dal 4,5% al 6,1%. Nel complesso l’area di centro-sinistra passa dal 62.6% al 59,6%. Le destre, invece, restano piuttosto stabili ma con un significativo travaso interno: mentre il Msi ottiene un lieve incremento (dal 4,8% al 5.1%). il Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica conquista solo l’1.7% dei voti e il Pli balza dal 3.5% al 7% dei voti (attirando anche 700 000 voti democristiani). L’area di destra passa nel suo insieme dal 13,1% al 13.8%. Un successo considerevole viene invece registrato dal Pci: dal 22,7% del ’58. il Pci passa al 25.3%. Al Consiglio Nazionale DC del 17 maggio. Moro ammette che la DC ha «perduto questa importante battaglia elettorale». Lo stesso giorno Nenni definisce un “dato negativo il mancato incremento socialista alle elezioni del 28 aprile. Togliatti. soddisfatto del successo, avanza la candidatura comunista alla guida del Paese. L’interpretazione più importante, per le sue implicazioni politiche immediate è quella della DC e in particolare di Moro. Fedele alla sua tesi della DC come partito dei suo elettori. Moro sostiene che dopo queste elezioni l’obiettivo principale diventa l’isolamento del Pci. sia pure attraverso il metodo della “sfida democratica”. C’è già in luce il progetto di passare alla versione moderata del centro-sinistra. Fanfani ha troppi nemici per essere candidato alla ripresa del centro-sinistra, tanto nella DC (avrebbe favorito troppo i socialisti), che nel Psdi (dove Saragat. sconfitto alle elezioni presidenziali, incarna la cosiddetta versione “democratica” del centro-sinistra, contrapposta a quella “radicale” dell asse Fanfani-La Malfa—Lombardi). Il 25 maggio viene affidato a Moro l’ incarico (mentre il presidente Segni fa discretamente trapelare la minaccia di nuove elezioni e la sua inclinazione per il “centro-sinistra pulito . come viene ribattezzato il centrismo) e il segretario della DC avvia faticosissime trattative in vista di un centro-sinistra organico, cioè con l’inclusione dei socialisti nella maggioranza.
Il 16 giugno Segni stringe i tempi e lascia un giorno solo a Moro per sciogliere la riserva. Il pomeriggio di quello stesso giorno si riuniscono le delegazioni dei partiti per concordare il programma e alle 11 di sera sembrano aver raggiunto un accordo. Ma la notte (sarà chiamata la “notte di S. Gregorio”) si riuniscono le correnti socialiste, e quella di Lombardi, che fa parte con Nenni della maggioranza interna al partito favorevole al centro-sinistra, boccia gli accordi raggiunti. In particolare, affermerà Lombardi, si rifiuta l’affossamento della riforma urbanistica divenuta il simbolo del centro-sinistra “radicale”. La notizia si diffonde rapidamente e Moro rassegna l’incarico. Segni affida l’incarico a Leone: è un momento di pausa in vista del Congresso socialista che si terrà in ottobre. Rapidamente il presidente della Camera forma il suo primo “governo balneare’, e dopo soli due giorni, il 21 giugno, presenta la lista. Presidente del Consiglio: Leone: vicepresidente: Piccioni; Interni: Rumor; Esteri: Piccioni; Giustizia: Bosco; Bilancio: Medici; Finanze: Martinelli; Tesoro: Colombo; Difesa: Andreotti; Pubblica Istruzione: Gui; Lavori Pubblici: Sullo; Agricoltura: Mattarella; Trasporti: Corbellini; Poste: Russo; Industria: Togni; Lavoro: Delle Fave; Commercio Estero: Trabucchi; Marina: Dominedo; Partecipazioni Statali: Bo; Sanità: Jervolino; Turismo: Folchi. Il governo, un monocolore De con l’astensione anche dei socialisti, durerà fino al 5 novembre.
(Agostino Giovagnoli}

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Non è mai troppo tardi

Occorre risalire un po’ indietro nel tempo, (quando in Italia il numero degli analfabeti era veramente alto, troppo allo per fingere di ignorarlo.
Ufficialmente si parlava di 5-6 per cento.
In realtà ci si aggirava attorno al 9-10 per cento (in alcune regioni si toccavano punte del 25-30 per cento).

Dal 1948 al 1959 erano state tentate mol­te strade per convincere gli analfabeti a “tornare” a scuola. Vi erano maestri (per lo più maestre di prima nomina) che si recavano nelle case o nelle fabbriche, ma il successo era veramente misero. Cli analfabeti non solo non diminuivano, ma aumentavano. C erano anche gli analfa­beti di ritorno, quelli che. pur con qual­che anno di scuola, a forza di non leggere e non scrivere inai, sapevano ormai a stento scrivere il proprio nome.
Sono gii anni in cui la televisione inizia a conquistare le masse. I cinema, il giovedì, trasmettono “in diretta”, la trasmissione di Bongiomo e i fortunati che hanno già la televisione in casa, subiscono l’invasio­ne dei parenti, degli amici, degli amici degli amici… È Nazareno Padellaro. di­rettore generale dell’educazione popolare, a pensare di sfruttare il mezzo televisivo per recuperare gli analfabeti. O perlome­no di tentare l’ultima carta. Non so come sia nata l’idea, né come Padellaro sia riu­scito a conquistare il ministro Coltella e lamministratore delegato della Rai, Rodino. So che a un certo momento nell’ottobre del 1960, la radio e la televi­sione cominciano a pubblicizzare una nuova trasmissione dal titolo: Non è mai troppo tardi. Già da giugno però la Rai e il Ministero della Pubblica Istruzione cer-
cono il “maestro ohe dovrebbe realizzare il corso per gli adulti analfabeti. Ogni giorno professori e maestri sono chiamali per una “lezione di prova”. Dapprima sono i volontari, poi quelli ritenuti più bravi. alla fine (si è ai primi di novembre e la trasmissione deve iniziare il 15 di questo stesso mese) si chiede a ogni direttore didattico di inviare due insegnanti della loro scuola per il provino.
Io vengo spinto dalla curiosità, segnalato dal mio direttore didattico. Non mi sono applicato al problema dell’educazione degli adulti e non conosco il nuovo mezzo. Il pomeriggio della convocazione vedo le prove dei colleghi che mi precedono. Posso udire i commenti degli operatori. Quando, verso la mezzanotte, sono chia-mato per il mio turno, mi preoccupo di tener desta l’attenzione dei cameramen. degli operai, dello studio. Se riesco ad attirare l’attenzione di chi è smaliziato dal mezzo, avrò (‘attenzione di quulsiusi altra persona. A dire la verità non penso molto, lì per lì. agli analfabeti e alla prova televisiva, ma solo ai commenti degli operatori dello studio stanchi e smaliziati, molto scettici verso i “maestri “. Desidero dimostrare clic i maestri non sono degli sciocchi, anche se sprovveduti davanti al nuovo mezzo. Così faccio la mia lezione inventando di sona pianta, basandomi su un principio banale: la televisione è immagine in movimento: bisogna, con poco, creare “un movimento”. E l’unica cosa per “muovere” la lezione è disegnare, far nascere una immagine.
Così nasce Non e mai troppo tardi: ogni sera, dal 15 novembre 1960 in diretta, per mezz’ora, fino al 15 maggio, per riprendere poi a ogni inizio di scuola. Sera per, sera, cercando di dare fiducia a chi si crede escluso, per otto anni. Corso per analfabeti, corso per chi vuole prendere la
licenza di quinta, corso per chi ha fatto anche la scuola media e vuole saperne un pochino «di più. Per parlare tra amici, per “aiutare la gente a pensare”, utilizzando per farsi comprendere strumenti come la scrittura e la lettura.
Nel corso degli otto anni di trasmissione più di un milione e 400 000 persone adulte prendono la licenza elementare. Non la prendono le migliaia di anziani che non hanno più bisogno del “pezzo di carta”, né le migliaia di bambini che imparano, con la televisione, a leggere e a scrivere. Solitamente io preparavo una scaletta della trasmissione, e poi discutevo con la regista. Marcella Curii: ogni mese ci riunivamo per discutere insieme il piano di lavoro generale (mezzi da usare, attori da chiamare, personaggi da invitare…), con sempre un “quasi niente” da poter spendere… e poi… in diretta. Per otto anni.
Alberto Manzi

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Ermanno Lavorini

La richiesta di riscatto

Alle 17.40 del 31 gennaio (1969), a casa di Lavorini, arriva una telefonata: “Ermanno non tornerà a casa, anzi ritorna dopo cena. Dica a suo padre di preparare quindici milioni e di non avvertire la polizia”. Il ragazzino è stato rapito e i responsabili chiedono un riscatto. Da quel momento si scatena l’isteria collettiva di una intera comunità, quella viareggina, e di quasi tutta l’opinione pubblica italiana, che si convincono che i colpevoli siano i frequentatori notturni della pineta di Ponente di Viareggio: “Omosessuali in cerca di intimità e pedofili che vogliono accompagnarsi per soldi con dei ragazzini”, come ricostruito ne ‘Il caso Lavorini’, il libro di Sandro Provvisionato uscito a fine gennaio per Chiarelettere.

Il libro, scritto dal giornalista recentemente scomparso, ricostruisce l’intera vicenda: la città che punta il dito contro i cosiddetti “capovolti”, il termine dispregiativo che racchiude in un indistinto tutt’uno gay, travestiti e pedofili; i veri colpevoli che accusano adulti innocenti; la giustizia per mesi insiste sulla pista sbagliata, quella di un omicidio dai contorni (omo)sessuali: una grave approssimazione che finisce per provocare la morte di due innocenti indagati, uno di infarto, l’altro che si suicida in carcere. E poi la stampa che banchetta su quell’atroce crimine, alimentando i sospetti verso il mondo dei gay. Nel mega-tritacarne finiscono anche il sindaco di Viareggio, Renato Berchielli, poi un altro esponente socialista, Ferruccio Martinotti, entrambi costretti alle dimissioni.
La verità per troppi anni nascosta: il movente fu politico

La pineta e i suoi frequentatori esistevano davvero, non erano un’invenzione dettata dalla paura, e tra quegli alberi capitava anche che qualcuno, pure minorenne, esercitasse la prostituzione. Ma con il rapimento e l’uccisione di Lavorini gli omosessuali non c’entravano proprio nulla. Per accertare la verità, però, ci sarebbero voluti quasi dieci anni.

Il movente, come stabilito da Corte di Appello e Cassazione, fu politico: “Ermanno Lavorini fu assassinato durante un sequestro di persona, messo in atto da ragazzi poco più grandi di lui, per ottenere un riscatto che doveva servire a finanziare un gruppetto politico di estrema destra”, si legge nel libro di Provvisionato. Le settimane immediatamente precedenti al rapimento, spiega l’autore, erano d’altronde già state segnate da situazione di alta tensione sociale in tutta Italia. La sera del 31 dicembre, ad esempio, un gruppo di manifestanti di estrema sinistra aveva inscenato – a suon di lanci di uova, frutta e verdura – una protesta di fronte alla Bussola, esclusivo locale della riviera di Viareggio noto per i suoi veglioni di Capodanno trasmessi dalla Rai. Proteste simili erano accadute all’inizio del mese alla Scala di Milano, quando il Movimento studentesco della Statale aveva preso di mira la borghesia meneghina in risposta all’uccisione, da parte della polizia, di due braccianti ad Avola, nel siracusano.

“Nel cuore della Versilia rossa – commenta Provvisionato – stavano nascendo formazioni di estrema destra pronte ad armarsi e a passare al contrattacco”. Rispondere cioè ai gruppi dell’estrema sinistra.

Pochi mesi più tardi, dalla bomba milanese alla Banca Nazionale dell’Agricoltura del dicembre di quel ‘69, l’Italia sarebbe sprofondata nel decennio di piombo. “Se la strage di piazza Fontana è il primo approdo della strategia della tensione – si chiede Provvisionato – è ipotizzabile che il caso Lavorini sia stato anche solo il molo di partenza? Esiste un filo nero che li lega assieme?”. Domande che finora non hanno ricevuto risposta.
Otto anni per una sentenza che stracciò ogni accusa ai gay

Tornando al caso Lavorini: i responsabili vennero individuati in tre ragazzi, tutti appartenenti al Fronte monarchico giovanile, l’organizzazione dei giovani sostenitori del re: Marco Baldisseri, 16 anni al momento del rapimento; Rodolfo Della Latta, quasi ventenne, militante del Movimento Sociale Italiano; Pietrino Vangioni, vent’anni, leader del Fronte viareggino. Saranno loro tre i condannati al termine del processo iniziato a gennaio del 1975 e concluso nel maggio di due anni dopo. Otto anni abbondanti per arrivare a sentenza definitiva, otto anni nei quali Baldisseri da solo cambiò versione una dozzina di volte, cercando di depistare gli inquirenti con menzogne e accuse false.

Alla fine i tre vennero condannati per omicidio preterintenzionale, secondo quanto stabilito dai giudici d’appello: condanne alleggerite di molto, più che dimezzate, rispetto al primo grado che invece li aveva reputati responsabili di omicidio volontario. Della Latta venne condannato a 11 anni e dieci mesi; Vangioni a 9 anni, Baldisseri a otto e mezzo. Tutti e tre sarebbero poi usciti dal carcere in anticipo rispetto alla scadenza.

Ancora oggi, a distanza di cinquant’anni da quel caso e dalle bugie che fecero piombare l’Italia in un grande tiro al bersaglio nei confronti di innocenti, Vangioni continua a sostenere che “non è stato un sequestro a scopo di estorsione” né “un fatto politico: è stato un fatto sessuale”, come ha raccontato recentemente al Corriere della Sera.

https://www.agi.it/cronaca/ermanno_lavorini_omicidio-5368175/news/2019-04-21/

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Easy rider

Credo che la definizione di contro-western sia stata inventata da Franco La Polla negli anni 70 per indicare il rinnovamento del più americano dei generi in piena nuova Hollywood. Rinnovamento multiplo e non necessariamente omogeneo. Da una parte il western revisionista alla Soldato blu di Ralph Nelson oppure il Piccolo grande uomo di Arthur Penn, dall’altra quello iperrealista che passa attraverso Sam Peckinpah e in certi casi (vedi io straniero senza nome di Clint Eastwood) guarda a Sergio Leone, infine quello autoriale alla Robert Altman (I compari, Buffalo Bill e gli indiani) o ancora Penn (Missouri). Il contro-western più esemplare è però di un regista, in verità attore, che nel ruolo del più giovane dei Clanton già si era fatto ammazzare come un cane all’O.K. Corrai nell’eterna versione (classica) di John Sturges: Dennis Hop-per. Ebbene sì, Easy Rider. Viene realizzato e distribuito nel 1969 dando inizio al cinema d’autore come genere, quello che tanti si sono ostinati a considerare indipendente quando rientrava perfettamente nelle logiche commerciali delle major (nella fattispecie, Columbia Pictures). Un cinema che aveva un pubblico e quindi, secondo le logiche hollywoodiane, pieno diritto di esistere.

Libertà e paura era il sottotitolo con il quale venne distribuito nelle sale italiane copo aver vinto il Camera d’or (miglior opera prima) al festival di Cannes. I chopper al posto dei cavalli, ma restano i bivacchi, gli scenari e quella luce che solo lungo la Route 66 si sprigiona così violenta. Easy Rider è il controwestern perché riscrive l’epica, spalanca le porte della percezione affinchè si colga la verità di un racconto e di un movimento che è sempre stato mitico, ma falso. Il fucile non “civilizza” un mondo, lo stermina sul ciglio della strada. Più paura che libertà. La controcultura e le sue illusioni anche lisergiche (con i protagonisti davvero sotto l’effetto dell’LSD” in certe scene) spazzate via dall’America reazionaria e bianca dei pick-up, delle armi, dei colli rossi bruciati dal sole e del razzismo, manovalanza di chi il potere lo detiene davvero. Aveva capito tutto, Dennis Hopper, quando girò Easy Rider, peraltro facendo improvvisare agli attori protagonisti metà delle battute? Chissà. Ma il film parla da sé, oggi lo ricordiamo perché nel frattempo Peter Fonda ha raggiunto il suo Capitan America in moto, ma la forza delle immagini, mezzo secolo dopo, è ancora intatta, affascinante e profetica.

Mauro Gervasini in Film TV n.37

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Complessi sullo schermo

Le componenti del trio vocale erano tre sorelle di Prato[1]: Sonia (nata il 17 agosto 1951, già premiata con il titolo di “sartina d’Italia” per la sua attività di sarta), Nadia e Luana Natali (figlie d’arte, il padre era attore).

Iniziarono l’attività canora cantando nei dopolavoro fiorentini fino a che il cantante Narciso Parigi le fece conoscere attraverso le programmazioni radiofoniche locali di Radio Firenze. Riuscì anche a farle scritturare dalla sua casa discografica, La Voce del Padrone.

Il loro repertorio rifletteva il gusto canoro dell’epoca. Il 45 giri del debutto, con cui si presentarono al festival delle Rose del 1964, conteneva sul lato a Se mi lascio baciar, scritta da Nicola Salerno “Nisa” e basata su un ritmo di hully-gully. Il lato B era un brano costruito nello stile di Pino Donaggio, all’epoca molto in voga. Il singolo fu lanciato nella trasmissione radiofonica Toscana Canta presentata da Corrado.

Nel 1965, partecipano al “Cantagiro” con la canzone Sulla sabbia c’era lei, diventata la Colonna Sonora del film di Dino Risi L’ombrellone.

La partecipazione al festival delle Rose del 1966 fu contrassegnata da polemiche perché il brano presentato – Un riparo per noi, inciso anche da I Nomadi – era una cover non ufficialmente accreditata di With Girl Like You del gruppo britannico The Troggs. Il testo della versione italiana non era aderente a quello originale e, tenendosi al passo con la contestazione montante in quegli anni, trattava – neppure troppo fra le righe (si parlava di pioggia d’atomi e di pioggia radioattiva) – del fall-out atomico, argomento cantato nei medesimi anni da Bob Dylan. Il 45 giri contenente il brano fu ritirato in tutta fretta dal mercato divenendo ben presto oggetto di culto fra i collezionisti.[2]

Dal 1967 è iniziato lo scioglimento del gruppo: Sonia ha intrapreso successivamente una carriera da solista, sia pure accompagnata spesso dalle sorelle.

Luana Natali è diventata insegnante di educazione musicale, canto corale e pianoforte a Pontassieve. Si occupa anche di musicoterapia.[3]

https://it.wikipedia.org/wiki/Sonia_e_le_Sorelle

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