Aldous Huxley

Le sue idee furono le fondamenta su cui si costituì lo Human Potential Movement. In un discorso tenuto nel 1961 alla California Medical School di San Francisco, Huxley disse che “ci sarà in una delle prossime generazioni un metodo farmacologico per far amare alle persone la loro condizione di servi e quindi produrre dittature, come dire, senza lacrime; una sorta di campo di concentramento indolore per intere società in cui le persone saranno private di fatto delle loro libertà, ma ne saranno piuttosto felici”.

La visione di Huxley sul ruolo della scienza e della tecnologia (come lui lo descrisse, per esempio, ne L’isola) sono analoghe a quelle di altri noti pensatori britannici del Novecento, quali Lewis Mumford, l’amico di Huxley Gerald Heard e, in qualche modo, Buckminster Fuller. Tra i continuatori di questa linea di pensiero nelle successive generazioni si annovera Stewart Brand.

Il 12 maggio 1961 un incendio divampato nella sua casa distrusse tutti i suoi libri e le sue carte. La perdita fu una prova durissima. Sul suo letto di morte, incapace di parlare, chiese alla moglie per iscritto di ricevere un’iniezione intramuscolare di 100 microgrammi di LSD, accompagnando il suo trapasso con la lettura di passi del Libro tibetano dei morti. Fu accontentato e spirò la mattina seguente, il 22 novembre 1963, lo stesso giorno in cui morirono anche John F. Kennedy e C.S. Lewis.

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Eterogenesi dei fini

In pratica la mia generazione nel 1966 usciva da selettivi studi umanistici (liceo classico) e veniva avvertita dai francofortesi dei pericoli di un condizionamento,  che si è puntualmente verificato ed anzi è diventato l’asse portante della dittatura liberista

Quale la premessa, la radice di tale paradosso? La risposta è rinvenibile nelle pagine ancora attuali di Theodor Adorno e Max Horkheimer (Dialettica dell’illuminismo, Torino, Einaudi, 1966) sul potere contemporaneo che si è imposto dal 1945 ricorrendo attraverso i Mass Media a un’azione “preventiva” di condizionamento che, abituando l’individuo ad una ricezione passiva e meccanica dei messaggi, gli introgetta un’immagine predeterminata, univoca ed asettica della realtà che “lo persuade” ad adottare un tipo di linguaggio e di comportamento impersonale e stereotipato, con l’effetto finale di inibirgli sia le funzioni immaginative che quelle critico-riflessive.

Una persuasione, quindi, non meno violenta della forza coattiva ma molto più sottile, paralizzante, insidiosa e inattaccabile che fa della democrazia un democratismo il quale trae la sua linfa vitale nel determinismo che rigetta, per sua natura, qualsiasi intellettualità o filosofia.

Destrutturata la cultura, insomma, l’individuo stesso viene usato indiscriminatamente a fini demagogici e di potere, senza mai contare, più di tanto, nella pratica di una decisione politica trasformando gli epigoni dei censori del Secondo dopoguerra in “gerarchi” del pensiero unico, mezze-figure, capipopolo senza scrupolo dediti esclusivamente alla soddisfazione di ambizioni insaziabili e al proprio tornaconto personale. Figure deprecabili, certo, ma che purtroppo confermano, non a caso, l’assunto di Voegelin (Die Neue Wissenschaft der Politik, Monaco, Anton Pustet, 1959), secondo il quale ogni società riflette nel suo ordine il tipo di uomo del quale si compone.

In effetti, di questi tempi, a ben guardarci intorno, di gente così – sciaguratamente – se ne vede parecchia in giro.

Fonte: Il Pensiero Forte.it

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Il biomedicale di Mirandola

Covid-19: aziende in prima linea, come ha reagito all’emergenza il più importante distretto biomedicale italiano” è l’istant book scritto da Alberto Nicolini e dalla redazione di Innovabiomed Magazine (composta da Alice Sabatini, Giacomo Borghi e Gian Paolo Maini) uscito oggi edito da ANG Group. Era il 1962 quando, grazie alle straordinarie capacità del dottor Mario Veronesi, prendeva vita nella parte più a Nord della provincia modenese il Distretto Biomedicale Mirandolese, una realtà composta di persone e mani, laboriose e intelligenti, che oggi conta circa 4mila addetti distribuiti su un centinaio di aziende. Dai primi anni sessanta il Distretto si è evoluto e ingrandito anche grazie all’arrivo delle multinazionali del settore. Una cosa però è rimasta immutata: l’approccio delle persone al lavoro, la propensione innata e radicata di questo territorio a rispondere alle esigenze che si presentano, qualunque esse siano. Le aziende hanno affrontato l’emergenza legata al Covid-19 con lo stesso spirito con cui avevano hanno reagito al terribile sisma del 2012. La gente del Distretto, le persone che ne sono essenza e anima – imprenditori, manager e dipendenti – hanno dimostrato ancora una volta grande senso di responsabilità. Non si sono risparmiati le donne e gli uomini del Distretto, hanno lavorato senza sosta nelle retrovie di questa strana guerra al virus. Questo differenzia il settore biomedicale da tutti gli altri: ogni giorno si lavora per il fine più importante, curare il paziente. Perché, prima o poi, pazienti lo saremo tutti. Il libro, arricchito dalla prefazione di Francesca Veronesi, figlia di Mario e Presidente della fondazione Maverx, racconta dunque la storia del Distretto, la reazione della sua gente e delle aziende al sisma del 2012 sino ad arrivare all’emergenza Covid-19 e lo fa tramite interviste alle persone che si sono trovate a combattere una guerra strana, terribile, quella ad un virus che uccideva, senza farsi vedere.

Il libro è in vendita sul sito www.distrettobiomedicale.it e nelle edicole e librerie di Mirandola a 9,50 euro

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Fossi un intellettuale ne vedrei della opportunità, il problema è semmai esserne all’altezza è in quel “il proprio tempo appreso con il pensiero” che oggi facciamo fatica a coltivare, pare …

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/l-oggi-guarda-a-ieri-per-pensare-il-domani

Credo che il punto nodale sia rivedere il concetto di comunità: riscrivendo la storia in modo che non sia più competitiva, ma collaborativa…

Pubblicato il da apoforeti | Lascia un commento

Il centrosinistra

s-l1600Ai più giovani o meglio ormai ai 40 enni, l’immagine qui sopra dirà poco o niente e potrà parere solo un  esempio di archeologia monetaria. Eppure chi è stato ragazzo negli anni ’70 sa che con quelle 500 lire ci si potevano  fare tre litri e passa di benzina, almeno fino alla crisi petrolifera, ci si comprava un pacchetto di sigarette estere, persino le inarrivabili Turmac ovali  e a patto di accontentarsi ci si riusciva persino  a fare un pasto. Insomma non erano i 50 centesimi di oggi, ma nell’arco della vita di questo taglio, nato nel 1966, ed eliminato nel 1982  il valore nominale è variato più o meno  dai cinque ai due euro di oggi, ma rapportato al costo reale della vita in molti casi ne poteva valere anche 10. Per questo nell”82 quando fu sostituita da una moneta il valore era ancora tale da giustificare l’uso di un conio bimetallico, il primo al mondo.

leggi tutto su https://ilsimplicissimus2.com/2020/06/11/quando-litalia-andava-in-500-lire/

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La mia generazione

La mia generazione che aveva venti anni cinquant’anni fa non avrebbe mai accettato queste condizioni di detenzione sanitaria. Siccome non eravamo dei mascalzoni come si dice in giro, ci saremmo preoccupati della salute di mamma e papà, ma per non infettarli avremmo fatto certamente un’altra cosa: ce ne saremmo andati tutti da casa, avremmo moltiplicato le comuni di convivenza, avremmo occupato facoltà, scuole fabbriche e chiese, le avremmo difese col fuoco se necessario, e ci saremo divertiti come pazzi mentre qualche nonno se ne andava al creatore.

Franco Berardi Bifo

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/il-sistema-psico-immunitario-della-generazione-proto-digitale

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Sergio Sollima

Amico di Sergio Leone, negli anni sessanta fu uno dei più noti specialisti del genere spaghetti western, con una particolare propensione alla costruzione approfondita dei personaggi. I suoi western erano considerati “politici”, perché caratterizzati da tematiche sociali, con riferimenti non nascosti alle lotte terzomondiste e a Che Guevara. Al rivoluzionario argentino è ispirato il personaggio di Cuchillo, interpretato da Tomas Milian nel dittico La resa dei conti (1966) e Corri uomo corri (1968), che divenne un simbolo per Lotta Continua e la sinistra italiana[2].

https://it.wikipedia.org/wiki/Sergio_Sollima

Faccia a faccia è un film western all’italiana del 1967 diretto da Sergio Sollima.

Trama

Brad Fletcher, un pacifico professore ammalato di tubercolosi, si trasferisce al sole del Texas per curarsi. Nella locanda che lo ospita si ferma la diligenza che sta trasportando in carcere Solomon Bennet, detto Beauregard, uno dei componenti della temibile banda di fuorilegge chiamata Branco Selvaggio, dispersa e decimata nell’ultimo scontro con le forze dell’ordine. Il bandito, ferito da un colpo d’arma da fuoco, è assetato e si lamenta: impietosito, Brad gli dà da bere e lui, approfittando dell’occasione, lo prende in ostaggio e fugge portandoselo dietro.

Durante la fuga la carrozza su cui viaggiano esce di strada e il conducente muore. Brad si prende cura di Beauregard, salvandogli la vita e cercando in tutti modi di redimerlo, ma Beauregard pensa a rimettere in piedi un nuovo Branco Selvaggio, sollecitato anche da un nuovo arrivato, Charlie Siringo, un agente speciale dell’agenzia Pinkerton incaricato di infiltrarsi nella banda. Beauregard, una volta ricomposto il gruppo, libera Brad, che però – mentre sta attendendo nella città di Purgatory City il treno per lasciare il Texas – spara per la prima a volta a un uomo, salvando la vita al fuorilegge.

Affascinato dalla vita avventurosa Brad decide di unirsi al ricostituito Branco Selvaggio, accorgendosi presto che non è soltanto un gruppo di banditi, bensì lo strumento armato di un gruppo di ribelli che vive nella impervia zona delle Pietre di fuoco. Con il passare del tempo Brad si lascia affascinare dalla violenza e il timido professore lascia il posto a uno spietato assassino. Dopo varie vicissitudini, tra cui una sanguinosa rapina in banca ideata dall’ex professore e un assalto di un gruppo di 500 vigilantes a Pietre di fuoco, conclusosi con una carneficina, è Beauregard a porre fine al suo delirio di onnipotenza, uccidendolo.

https://it.wikipedia.org/wiki/Faccia_a_faccia_(film_1967)

NOTA-  Anche stavolta Wikipedia non la racconta giusta: il professore fa in tempo a spiegare la differenza tra crimini individuali (sempre puniti ) e crimini di stato (sempre impuniti)

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Futurologia

Correvano allora, e a passo di carica, gli anni ultimi anni Sessanta e i primi del decennio seguente. Nei paesi che avevano subito le ferite della guerra e le fatiche della ricostruzione, si era già fatto registrare il periodo del boom e, malgrado le periodiche ricadute del ciclo economico – in Italia definite eufemisticamente «congiuntura» –, il clima psicologico volgeva all’ottimismo. Era in pieno svolgimento la gara per la conquista dello spazio extraterrestre, si erano moltiplicati – da noi raddoppiati – i canali televisivi e già da un po’ si parlava di cervelli elettronici, enormi cassoni di metallo che sapevano fare rapidamente calcoli quasi inaccessibili alla mente umana. La sigla Ibm cominciava ad avere un significato per molti e la parola «informatica» circolava a largo raggio.
Gli addetti alle previsioni sul futuro si dividevano, all’epoca, in due schiere, seguendo l’imperitura linea di confine tra ottimisti e pessimisti. Più che scontrarsi frontalmente, si spartivano i compiti e i favori del pubblico. I primi, nettamente maggioritari, puntavano sulle infinite meraviglie della tecnica e della tecnologia, sulla potenza dell’atomo, sulle strabilianti innovazioni nel campo delle telecomunicazioni e della mobilità tout court: il fertile genio di Jules Verne veniva estrapolato dalle pagine dei romanzi per ragazzi e si discettava sulla ormai prossima traduzione delle macchine da lui immaginate in strumenti della reale quotidianità (ma c’era anche chi rispolverava l’uomo-uccello di Leonardo da Vinci e il nome Icaro andava per la maggiore). La genetica faceva la sua parte e prendeva l’avvio la scommessa sugli anni che ci sarebbero voluti per vincere le malattie ed assicurare all’umanità, se non l’agognata immortalità, perlomeno una durata record, con una media spinta oltre il secolo. Gli assai meno numerosi scettici ponevano i primi interrogativi su quella che più tardi sarebbe stata chiamata “l’altra faccia del progresso”. Non smontavano il quadro descritto dalla controparte, ma lo corredavano di dubbi. Come sarebbe stato possibile sfamare una popolazione mondiale in costante crescita? Quali costi avrebbero comportato lo spopolamento delle campagne e il proliferare delle fabbriche nei centri urbani? Il Terzo mondo avrebbe retto l’impatto dell’aumento del già consistente divario di ricchezza rispetto ai paesi “sviluppati”? C’era persino chi metteva in circuito un’espressione fino ad allora riservata a qualche trattato scientifico, «ecologia», associata ad altre parole di recente ingresso nell’uso ordinario, come «inquinamento» e «ambiente».

continua su https://www.ariannaeditrice.it/articoli/profeti-di-sventura

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600 multipla

Presentata il 14 gennaio 1956 al XXXIX Salone di Bruxelles, può di fatto essere considerata una delle antesignane del moderno concetto di monovolume. Dalla “600 Multipla” venne derivato il furgone “600T“, prodotto dal 1962 al 1968, da cui deriverà a sua volta il furgone “850T“.

Era basata sulla Fiat 600 ed ospitava da quattro a sei persone, a seconda del tipo di modello.[2]

Vista laterale con le caratteristiche aperture

La versione 4-5 posti, oltre al sedile anteriore per due persone, disponeva di un unico sedile posteriore-centrale e di un ampio spazio per i bagagli tra lo schienale e il vano motore; abbattendo i sedili, poteva essere trasformata in un letto matrimoniale lungo quasi due metri.

La versione 6 posti, oltre al sedile anteriore per due persone, disponeva di quattro sedili singoli ripiegabili disposti su due file; abbattendo i sedili si otteneva un piano di carico di oltre 1,75 metri quadrati, interamente sfruttabile, al quale si poteva comodamente accedere mediante le due porte, una per ogni lato.

La versione taxi disponeva anteriormente di un sedile solo per il guidatore, al fianco del quale c’era un ripiano rivestito in gomma per appoggiare i bagagli; posteriormente montava invece un sedile unico posteriore e due strapuntini estraibili, per ospitare fino a quattro passeggeri.

Il posto di guida rispetto alla Fiat 600 venne spostato in avanti, eliminando il volume centrale e conferendo alla struttura le sembianze di un’auto da lavoro. Ebbe notevole successo come taxi negli anni sessanta e come piccolo pulmino economico. Nelle sue campagne pubblicitarie la casa produttrice puntava molto anche sul concetto, a quei tempi quasi rivoluzionario, di un’autovettura destinata anche al tempo libero, al camping e ai vari hobby.[3]

La prima serie monta motore 633 cm³, aumentato di cilindrata per la seconda serie (600 D Multipla) a 767 cm³.

La denominazione “Multipla” venne ripresa dalla FIAT, parecchi anni più tardi, in occasione della presentazione e produzione di un’altra vettura, la “Nuova Fiat Multipla“, che offriva sei posti di serie e che ottenne lo stesso spiccato successo dell’antenata nel campo del trasporto pubblico.

https://it.wikipedia.org/wiki/Fiat_600_Multipla

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Non si uccidono così anche i cavalli?

E i deboli?
Quelli che non si illudono di far parte dell’ élite perché gli è concesso di comprare qualche titolo di borsa, si comportano come i protagonisti di quel film di Sidney Pollack del 1969 (avete notato come i film di quegli anni anticipino situazioni che solo oggi si verificano appieno?).
Vi ricordate la trama: un gruppo di uomini e donne cercano di vincere i 1500 dollari in palio per una maratona di danza, ma i superstiti, e probabili vincitori, alla fine decidono di suicidarsi.

paologiatti.eu

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Dylan

Sempre Dylan fu tra le star che risposero all’appello di Michael Jackson, autore con Lionel Richie del brano corale “We are the World”, destinato a raccogliere fondi (campagna “Usa for Africa”) per assistere la popolazione dell’Etiopia colpita dalla spaventosa carestia del 1985. Oggi, a quanto sembra, siamo all’ennesimo appuntamento con la storia: si tratta di disseppellire John Kennedy, per aiutare il mondo a ritrovare il suo stesso coraggio. Cambiare tutto, senza paura: né del coronavirus, né dei suoi ipotetici “sovragestori”, che probabilmente sognano un pianeta di neo-sudditi, schiavizzati dal terrore dei virus (oggi il “corona”, domani chissà), e sottoposti alla dittatura orwelliana di una polizia sanitaria capace di imporre vaccini e microchip, azzerando la privacy e la libertà. Messaggio: il momento è cruciale. La sfida è lanciata: “Murder Most Foul” è nell’aria, ne sta parlando il mondo intero. «State al riparo, e state attenti», si congeda il quasi ottantenne Dylan. «E che Dio sia con voi».

(Giorgio Cattaneo, 5 aprile 2020).

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Asiatica

Del resto la preoccupazione per le malattie nell’epoca dei media non ha più a che fare con la loro gravità intrinseca, ma con l’allarme che suscitano che è ovviamente modulato dal potere. Una pandemia come l’asiatica che fece 20 mila morti solo in Italia nel ’57 ebbe ben pochi titoli e passò praticamente sotto silenzio, tanto che Paolo Monelli su la Stampa scrisse che “il terrore per una gentile influenza è dovuto solo al nome: asiatica”.  Allora il fattore, provato e documentato, che favorì il diffondersi dell’epidemia già durante l’estate fu il trasferimento continuo dei soldati di leva da un’area all’altra del Paese, mentre adesso la paura del coronavirus, così straordinariamente esibita, non impedisce un gigantesco trasferimento di truppe dagli Usa e da altri Paesi europei per le manovre di primavera in funzione antirussa.  Il fatto è, vedete, che le sindromi influenzali non sono mai gentili e sebbene tutti le abbiano prima o poi e spesso parecchie volte nella vita, sono nel complesso le malattie che hanno fatto più morti nella storia conosciuta dell’umanità. Non direttamente, ma nella stragrande maggioranza dei casi facendo collassare i sistemi vitali più compromessi da altre patologie. In realtà visto che esse fanno da 4mila a 10mila morti ogni anno solo lungo lo stivale bisognerebbe prendere severe misure per arginare il contagio tutti gli inverni, mentre questo non accade affatto. Accade adesso invece, nella più grande confusione possibile e nell’ambiguità, per coprire altri tracolli di umanità.

Troppi conti non tornano

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Scuola media unica

Luigi Gui, scomparso in questi giorni a Padova, fu ministro dell’istruzione ininterrottamente dal 1962 al 1968 in governi presieduti da Fanfani, Leone e Moro.

Con lui al ministero dell’Istruzione nacque nel 1962 la scuola media unica che segnò una svolta storica nella giovane repubblica italiana, in quanto dava attuazione al dettato costituzionale dell’obbligo scolastico per la durata di almeno otto anni.

Prima della scuola media unica, era stata la scuola elementare a rappresentare il limite dell’obbligo di istruzione , che si conseguiva con il superamento dell’esame di licenza o con la frequenza scolastica per almeno cinque anni.

Per decenni la scuola media (già ex-ginnasio triennale) era stata scuola di élite a cui si accedeva con un esame di ammissione. In alternativa a quella scuola, per cinque anni potevano proseguire gli studi frequentando scuole di avviamento che avevano normalmente sbocco verso il lavoro.

Con la nascita della scuola media unica prendeva avvio in Italia la scolarizzazione di massa che avrebbe avuto pochi anni dopo la sua massima espansione con la frequenza della scuola secondaria superiore e che, in particolare, avrebbe portato anche le donne ai massimi livelli di istruzione.

Una curiosità: la legge istitutiva (n. 1859 del 31.12.1962) chiamò la scuola media come “secondaria di I grado”, una denominazione che, come si vede, è ritornata.

Gui. Il passo storico della scuola media unica

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Non è colpa del ’68

Siate onesti, entrate nelle case e guardate se i principi deleteri del ’68, così come li cita Guarini non sono entrati in tutte le case al di là di ogni ideologia professata. Allora vuoi dire che dobbiamo scavare più a fondo per capire il Fenomeno. E l’indagine deve svolgersi, senza pregiudizi, su una società per la quale tutti i diritti sono ammissibili. Non sono più le limitatezze economiche a condizionare le scelte delle famiglie, come nella società contadina. Le scelte educative non  scaturiscono più solo dallo stato di necessità, ma debbono diventare scelte culturali coscienti, a volte controcorrente rispetto all’ideologia dell’infinito consumo. Ecco da dove scaturisce il disagio.
Ecco dove ha origine la difficoltà della limitazione o della proibizione. In nome di che cosa
rinunciare se i soldi ci sono? In nome dei principi? Ma se sono principi che valgono solo per esigue minoranze…
Avete provato a negare l’acquisto del telefonino ai vostri figli? Bene, appariranno tra i compagni di banco della loro scuola come dei paria. Alla fine quindi vinceranno loro.
Avete provato a regolamentare l’uso della televisione in casa? Avrete fatto per un po’ la figura degli arretrati che non stanno al passo coi tempi e poi avete ceduto.
Avete provato a comprare vestiti, cartelle, astucci non firmati? Siete sicuramente finiti nelle voragini dell’antimodernismo e alla fine non avete resistito.
Il fatto è che oggi una pedagogia non pauperistica ma basata su principi seri va totalmente
controcorrente e, o si hanno le palle, oppure è meglio lasciar perdere.
C’è un’altra soluzione, ma questa è troppo estrema: non far figli come i preti e le suore. Allora diventa facilissimo educarli.

Giancarlo Maculotti, Lettera dalla scuola tradita, Armando 2008,  p.16

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Panorama

Come testimonianza esemplare di quegli anni abbiamo scansionato in PDF il numero 176 di Panorama del 28 agosto 1969

 

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Piazza Fontana

di Marco Palladino.

Cinquant’anni orsono iniziava la stagione stragista e si inauguravano gli anni di piombo.
17 morti a Piazza Fontana, per i quali, dopo mezzo secolo, stranamente, non ci sono colpevoli.
La stagione del terrorismo iniziava, guarda caso, con l’attacco a banche pubbliche; un segnale fin troppo chiaro per i pochissimi che ragionano, non raccontatelo però agli “insardinati” di ieri, di oggi e di domani; sarebbe come dare perle ai porci. Inutile perdere tempo.
Quella lunga stagione di sangue e attentati continui, terminò, guarda caso, all’alba della stagione europea e dei relativi trattati; nasce l’UE e finisce il terrorismo, finiscono le proteste e le mobilitazioni. Che strano.
Quell’attentato segnò la nostra storia, finì in qualche canzone, in innumerevoli trasmissioni ed in inutili processi.
Fa specie notare come, quell’ ”intellighenzia” che si indignava per quei morti e per quel dolore e parlava di libertà e diritti, ora bacia la stessa mano che quella pagina scrisse e continua a scrivere, fino ai giorni nostri, con il paese ormai in coma, prossimo alla fine. Missione compiuta.
Ma i peggiori nemici non stanno all’esterno, ma all’interno, parlano la nostra stessa lingua e tramano contro il loro stesso sangue.
Una maledizione che ci perseguita dalla notte dei tempi e fu così anche allora: chi si oppose a certi “progetti” finì in una tomba, gli altri fecero carriera, fino ai più alti scranni delle istituzioni, osannati dagli idioti, che non sanno neanche capire il contesto in cui vivono, il cui unico obiettivo è farla franca a danno degli altri; esistenze indegne, che non conoscono onore.
Una macchina infame sempre in produzione quella dei traditori, ce ne una sfornata per ogni stagione, non mancano mai, abbondano persino e fanno a gara tra di loro: solo per restare ai nostri anni, si va dal vile affarista, passando per il “cattolico adulto”, fino agli schiavetti di ieri sera, che approvano il MES, quando avevano dichiarato di volerlo smantellare.
Gli “esterni” non avrebbero mai trionfato, senza il prezioso e decisivo aiuto degli “interni”.
Sono loro che hanno sempre affondato il coltello nel cuore della loro stessa terra, da 160 anni a questa parte, fino alla “vittoria” definitiva di queste ore.
Si, perché ormai si fa davvero fatica a sperare, in questa camera ardente dove ci hanno incatenato.
Dante li fa finire nel IX cerchio dell’inferno, quello di Antenore, il traditore di Troia.
Il problema è la capienza: sono davvero troppi. Sarà dura farli entrare tutti.

da Facebook
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Autostrade d’Italia

Il sistema autostradale italiano è stato costruito per le automobili: all’epoca, circolavano anche i camion, ma non nella misura attuale e né nelle dimensioni.

Dobbiamo riflettere che sistema autostradale, quando fu progettato – fra gli anni ’50 e quelli ’60 – non conosceva ancora l’autosnodato! Il quale entrò in scena soltanto verso la fine degli anni ’60 ma non nei termini odierni: i grandi e pesanti trasporti sulle lunghe tratte, avvenivano per ferrovia!

Attualmente, un autoarticolato pesa, a pieno carico, 44 tonnellate, ossia quanto 44 automobili, ma il problema non è che “un camion vale 44 macchine”, non è questo il problema. Il vero problema è che l’autoarticolato ha un peso per assemassimo di 9,5 tonnellate, ossia è come se passassero, in brevissimo tempo, cinque automobili da 9,5 tonnellate ciascuna, quando un’automobile pesa all’incirca una sola tonnellata e, dunque, mezza tonnellata per asse. Il “tu-tun” che avvertite sui viadotti, vale mezza tonnellata per le auto e 9,5 tonnellate per l’autosnodato.

Lo stress al quale sono sottoposte le strutture è evidente: un martellamento continuo, indifferente al tempo, alle stagioni ed al clima, che disarticola le strutture portanti. Difatti, per i carri ferroviari – che hanno un peso per asse che varia dalle 16 alle 22,5 tonnellate (non molto distante dalle 9,5 di una autoarticolato) – si prevede una strada ferrata appositamente costruita. Invece, 9,5 tonnellate “in continuo” sono considerate una “normalità”. La corruzione e i falsi report “consolatori” redatti dagli ingegneri collusi, hanno poi fatto il resto: difatti, Gavio finanzia la fondazione di Renzi mentre Benetton quella di Toti.

La scelta del cemento, infine, ha fatto il peggio: all’epoca di costruzione del sistema autostradale l’Italia non aveva una sufficiente produzione d’acciaio – difatti, si costruirono ben 4 grandi centri siderurgici e Gioia Tauro doveva diventare il quinto – e lo stesso ing. Morandi che costruì il ponte di Genova era perplesso sulla durata del manufatto, che non prevedeva oltre i cinquant’anni. Ma l’acciaio non c’era e, inoltre, era costoso: l’industria automobilistica si accaparrava la produzione nazionale e lo importava anche da altri Paesi.

Solo per citare un esempio, il ponte di Brooklyn – in acciaio e granito – è in piedi dal 1883 e sta benissimo.

Se vogliamo essere impietosi verso quelle classi politiche, dobbiamo ricordare che il primo, enorme, allucinante fallimento fu la Salerno-Reggio Calabria, del quale nessuno se ne assunse la paternità. Lasciando per un attimo stare gli evidenti episodi corruttivi che ci furono, dobbiamo riconoscere che l’uso del cemento armato fu messo a dura prova nello scenario più difficile che ci fosse nel Paese (Sila ed Aspromonte) – per l’ardire delle costruzioni e l’evidenza del territorio impervio, più la scarsa “tenuta” delle rocce e dei sedimenti in genere – portò ad un fallimento epocale, che ancora oggi non ha trovato soluzione. Lo Stato s’è arreso togliendo il pedaggio sulla tratta: non costa niente, arrangiatevi.

Oggi, è inutile che uomini politici come il Presidente della Liguria – Toti – faccia il verginello, affermando che senza autostrade il porto di Genova non può continuare a smaltire 4.000 TIR il giorno: inoltre, già che c’era, ha accettato anche i nuovi sbarchi di Vado Ligure, altri 800 TIR il giorno della Maersk da sistemare, senza più autostrade. Ma Toti conosceva la situazione, sapeva che il crollo del Ponte Morandi era stato solo il campanello d’allarme di una situazione che stava degenerando.

L’Ing. Paolo Forzano, di Savona, da mesi aveva denunciato lo stato di degrado dei piloni autostradali liguri, presentando esposti alla Procura savonese, dei quali non si conoscono gli esiti.

Non si tratta della scoperta dell’ignoto, bensì soltanto del naturale degrado del cemento armato, che ha una durata di 40-60 anni. Se ci aggiungiamo un po’ di corruzione negli appalti e nei materiali, ancora meno.

Perché è evidente che con i falsi rapporti non si può andare avanti, e nemmeno nascondere la testa nella sabbia è la miglior soluzione, parafrasando Lenin, non ci resta che porci l’annosa domanda: che fare?

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C’era una volta a Hollywood

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Quella telefonata nel cuore della notte


È notte inoltrata, si narra, quando squillò il telefono a casa di Enrico Mattei. Le due circa.
«Pronto, Mattei. Ciao, sono Giorgio La Pira».
«Dimmi, La Pira», rispose infastidito per l’orario Mattei.
«Senti, ti devo chiedere un favore. Qui, a Firenze, sta chiudendo il Pignone. Tante famiglie rischiano di finire in mezzo ad una strada. Per Firenze sarebbe una tragedia. Devi rilevarla tu, quest’azienda».
«La Pira, mi spiace, ma noi dell’ENI ci occupiamo di petrolio. Il Pignone è nel settore tessile, che ce ne faremmo noi? Sei un caro amico, ma non posso».
«Mi è apparso in sogno lo Spirito Santo e mi ha detto che l’ENI deve comprare il Pignone e salvare la fabbrica».
«Sono un petroliere e compro solo pozzi di petrolio».
«Tu sei un petroliere, ma quello è lo Spirito Santo e ne sa più di te…».
«E vi sarete capiti male!».
La telefonata si chiuse così.
La mattina dopo Mattei ordinò di fare una proposta per acquistare il Pignone. E così fu.
L’ENI lo acquistò, salvò migliaia di famiglie, l’economia di Firenze e il Nuovo Pignone diventò un’eccellenza nel settore della meccanica e dell’impiantistica a livello internazionale.
Altri politici, che difendevano i diritti del popolo.
Altri imprenditori, che sapevano investire.
Oggi abbiamo Giuseppe Conte, che agli operai dell’ILVA di Taranto dice «Non ho la soluzione in tasca».
Questo mentre gli altri leader politici neppure hanno idea di cosa fare.
Cosa è cambiato dal 1953 ad oggi?
Allora avevamo una classe politica e imprenditoriale di livello, al servizio della gente e che sapeva trovare le soluzioni per farlo.
Allora avevamo la sovranità, monetaria (ovvero una banca centrale al servizio del governo e non “indipendente” come la BCE) e fiscale (non dovevamo sottostare ai vincoli di bilancio calcolati dagli “esperti” della Commissione Europea).
Ancora oggi esistono in Italia persone oneste e capaci e che sarebbero in grado di risolvere i problemi del Paese, ma il sistema di potere attuale, fondato sulla finanza e sul controllo dei mezzi di informazione, le tiene sistematicamente in disparte, favorendo invece l’ascesa al potere di persone incapaci. Nella migliore delle ipotesi.
Gilberto Trombetta

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Fiat

Alcuni degli articoli dedicati agli anni 60 non potevano ignorare i più riusciti modelli della casa, adesso non restano che i ricordi…

la Fiat campava di una facile rendita con gli aiuti dello stato, diretti e indiretti o con le sontuose commesse per le sue aziende di contorno, mentre la bolla di potere in cui si affastellano promiscuamente politica, affari e media le consentiva un dominio praticamente assoluto sul mercato italiano.Non aveva voglia di battersi seriamente per acquisire una posizione di spicco se non di predominio in Europa. Troppa fatica e soprattutto troppo incerto il guadagno padronale di fronte a una situazione di mercato che l’avrebbe costretta a migliorare e di molto gli standard costruttivi, le tolleranze di fabbrica, la scelta dei materiali e insomma ad abbandonare la mediocrità produttiva che poteva permettersi grazie a un quasi monopolio sul mercato casalingo che in seguito ha difeso impedendo che altri marchi, oltre a quelli Lancia e Alfa Romeo, acquisiti per quattro soldi, impiantassero fabbriche e centri produttivi in Italia. E così quando le avvisaglie del globalismo hanno battuto un pugno sul tavolo strappando all’azienda torinese sempre più fette di mercato interno, il gruppo è andato in situazione di costante apnea. Abbiamo di fronte agli occhi il massimo esempio di come un’eccellente capacità ingegneristica sia stata alla fine umiliata da una pessima pratica costruttiva e gestionale per motivi di immediato profitto padronale, uno iato, un precipizio che peraltro possiamo notare in ogni campo di questo disgraziato Paese.

Pegiò per noi

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