Tommy

La quarta moneta dedicata dal Regno Unito ai suoi storici talenti musicali

Tommy è, passatemi l’ardire, un’operetta morale sospesa tra i mali del tempo, che poi sono quelli di tutti i tempi purtroppo: l’istituzionalizzazione e mercificazione delle religioni, per dirne uno, i veleni della società consumistica, per dirne un altro e, soprattutto, la risoluzione di traumi infantili dovuti da abusi di natura sia psicologica e che fisica, cosa questa che lo stesso chitarrista Pete Townshend aveva sperimentato su di sé, tanto che molti considerano Tommy una sorta di seduta di psicanalisi fatta su spartito. Il tema stesso però, pur riprendendo l’archetipo del viaggio, inteso come ricerca interiore, viene portato agli estremi, ponendo il protagonista come un “antieroe”, in toto incapace di provare e manifestare le proprie sensazioni, incatenato a un corpo che non risponde ai suoi impulsi. Con una trama così, ovviamente fu immediata la voglia di trarne un film che ne spiegasse ancora in maniera più lucida e didascalica il concept interno che lo animava. I tentativi di trasposizione su celluloide furono molteplici; lo script dapprincipio fu offerto persino a George Lucas che rifiutò per concentrarsi nella sceneggiatura di American Graffiti (lasciando tutti con la suggestione di cosa ne sarebbe potuto venir fuori). Ci fu così un periodo di stallo, in cui si credette che la cosa non sarebbe mai andata in porto, finché non venne fatto il nome di quel genio visionario di Ken Russell.

Già, perché bisogna sottolineare fin da subito che, a differenza di The Wall di Alan Parker per dire, nell’intero film di Russell non viene pronunciata una battuta: i dialoghi sono interamente affidati ai brani, nel pieno rispetto dell’idea iniziale. L’unico azzardo, l’unica svirgolata, se così possiamo dire, è nella sequenza di Pinball Wizard che comprende una performance di Townshend stesso che non era prevista su disco: pare che Pete fu talmente estasiato dalla versione di Sir Elton John che volle prodursi nel suo celeberrimo smash-guitar nonostante gli altri compagni non fossero completamente d’accordo perché più vicino, per così dire, all’idea di band che allo storyboard del disco. Tutti invece furono elettrizzati dalle personificazioni cinematografiche dei protagonisti.

https://www.rollingstone.it/opinioni/opinioni-musica/tommy-degli-who-la-piu-grande-opera-rock-di-tutti-i-tempi/459316/#Part2

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