La nèmesi

In un bel  libro, molto documentato, scritto dal   giornalista    Lorenzo Soria, intitolato ” Informatica: un’ occasione perduta[4] , si ventila il sospetto che nei primi anni 60, tre eventi traumatici, la morte di Enrico Mattei a Bascape’ nell’ottobre del 62, il caso di Felice Ippolito  ( con la demolizione della ricerca nucleare in Italia ) verificatosi un anno dopo e la cessione agli americani della Divisione elettronica dell’Olivetti nell’agosto del 1964, siano legati da  un unico sotterraneo filo conduttore. Quello di un complotto internazionale, finalizzato a relegare l’Italia in un ruolo subalterno nella divisione internazionale del lavoro, neutralizzando i tentativi di occupare una posizione più avanzata in tre settori fondamentali per lo sviluppo, i nuovi materiali, l’energia e l’informazione.

            Ma più che ad un complotto ordito da qualche misterioso grande vecchio, in rappresentanza del grande capitale internazionale, le cause della caduta dei sogni dei primi anni 60 vanno ricercate nella arretratezza culturale di un mondo industriale che aveva sempre trovato più comodo percorrere vie di sviluppo molto tradizionali e che l’innovazione aveva sempre preferito importarla piuttosto che crearla. Un mondo per il quale la ricerca e la sperimentazione di vie nuove non erano legittimate, erano considerate spreco di risorse, megalomania, mancanza di concretezza. E’  significativa a questo riguardo la dichiarazione di Valletta, fatta all’assemblea della Fiat del 30 aprile del 1964, con riferimento alla ipotesi di intervento nel capitale Olivetti: ” la società di Ivrea e’ strutturalmente solida e potrà superare senza grosse difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare “.

            Ma questa arretratezza culturale dove esattamente risiedeva ? Era un fenomeno diffuso e generalizzato, quasi come un inprinting genetico, oppure caratterizzava solamente un establishment che monopolizzava il potere e le strutture di governo dei grandi gruppi industriali del nostro paese ? Guarda caso, quasi lo stesso interrogativo e’ da porsi oggi, con riferimento alla crisi attuale, con la differenza che essa oggi investe anche il mondo politico e che la consapevolezza della necessità urgente di un cambiamento generalizzato e’ ora assolutamente esplicita. Ma se, col senno di poi, nel 1993 capiamo in quale direzione avremmo dovuto andare negli anni 60 e quali occasioni abbiamo allora perduto, l’interrogativo sulla direzione nella quale oggi dobbiamo andare diventa cruciale. Anche per questo la storia dell’elettronica Olivetti può insegnare qualcosa.

http://www.piergiorgioperotto.it/libriperotto/programma%20101/101pag.htm

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Unione Associazioni Culturali
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