Rivoluzioni al cinema

In questo periodo di solito si fa un riepilogo dei film dell’anno e questo, in parte, lo è, visto che partiamo dal film di Redford “La regola del silenzio” (the company you keep) uscito in questi giorni, per una riflessione un po’ più ampia.

Anzitutto l’inquadramento storico (anche se il film è di pura invenzione) ci riporta agli anni sessanta e lo ripostiamo tale e quale dal sito di FILM TV

“Il movimento Weather Underground (WUO), chiamato originariamente Weatherman, nasce negli Stati Uniti nel 1969, organizzato da un gruppo di studenti della nuova sinistra internazionale. Il loro obiettivo era quello di creare un partito clandestino rivoluzionario con lo scopo di rovesciare violentemente il governo degli Stati Uniti. La loro prima dimostrazione pubblica avviene a Chicago l’8 ottobre dello stesso anno durante una marcia nel quartiere bene della città, trasformatasi presto in un’opera di distruzione di macchine e negozi. Già nel 1970, il movimento balza agli onori della cronaca per una dichiarazione di guerra contro gli Stati Uniti che porta al bombardamento di alcuni edifici governativi e banche, adducendo come spiegazione la protesta contro l’invasione americana del Laos, il bombardamento di Hanoi o la guerra in Vietnam.

Prendendo spunto per il nome da una canzone di Bob Dylan (Subterranean Homesick Blues), i Weathermen (così si chiamavano i componenti del WUO) traevano ispirazione per le loro azioni dalla teoria dell’imperialismo di Lenin, a cui facevano appello per combattere lo strapotere capitalista degli Usa e ottenere un mondo senza distinzioni in classi socio-economiche e discriminazioni razziali. Poco dopo la costituzione del primo gruppo di attivisti, il WUO ha creato un comitato centrale da cui partivano le direttive e diversi collettivi dislocati nelle grandi città del paese: New York, Boston, Seattle, Philadelphia, Cincinnati, Buffalo e Chicago. La fine del movimento e della sua clandestinità arriva definitivamente nel 1981 ma molti degli esponenti sono scampati all’arresto da parte dell’Fbi, costruendosi nuove identità e nuove vite”.

Già da questi presupposti, che ricordano da vicino i nostri “anni di piombo”, si capisce che il film tende a dividere il pubblico in due schieramenti (così come accade comunemente,  contrapponendo il repubblicano Eastwood al democratico Redford).

Noi vorremmo sottrarci a questo, visto che neanche una realtà ben più agghiacciante riesce a sottrarre il cittadino al suo festivo torpore post prandiale, non pensiamo di certo lo faccia un film.

Ci limitiamo  soltanto ad un paragone col film del 1976 “Tutti gli uomini del presidente” interpretato da Redford e Hoffman, dove i due giovani cronisti investigavano sul Watergate. mentre qui il giovane cronista investiga sugli ex-appartenenti al movimento.

Con questo naturalmente non si vuole sostenere che i giovani di oggi scelgono sempre la via più comoda per arrivare, come usa negli USA, al successo e ai soldi (solo quest’anno sono un’ottantina i giornalisti morti a seguito del loro lavoro); però visto che chi va al cinema sono giovani che si identificano con i loro coetanei…

Cosa vedevano (non solo, ma anche)  i giovani degli anni sessanta?

A titolo puramente esemplificativo, citiamo:

Bernardo Bertolucci, Prima della rivoluzione, 1964

Marco Bellocchio, I pugni in tasca, 1965

Mike Nichols, Il laureato, 1967

Lindsay Anderson, Se…, 1968

Easy Rider, Dennis Hopper, 1969

senza contare i successivi sull’argomento.

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Unione Associazioni Culturali
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Una risposta a Rivoluzioni al cinema

  1. apoforeti ha detto:

    Il recentissimo Silent man racconta proprio quegli anni e il protagonista è il vicedirettore del FBI che nel 2008 rivelò a Vanity Fair (!) di essere lui l’informatore misterioso (gola profonda) dei giornalisti del Washington post (Redford e Hoffman) che indagavano sul caso Watergate, in seguito al quale Nixon rassegnò le dimissioni.

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