Ne travaillez jamais

Quando l’Internazionale Situazionista, nella primavera del 1968, uscì dalle catacombe di un’avanguardia minoritaria che, fino a quel momento, andava creduta sulla sola parola per salire sulle barricate del movimento delle occupazioni, le sue “tesi” circolavano già da un pezzo. Soltanto due anni prima, a Strasburgo, c’era stato lo “scandalo” degli organismi universitari, quando a prenderne il controllo furono alcuni studenti d’idee situazioniste. Fu a Strasburgo, mentre i situazionisti trasformavano gli organismi studenteschi in una centrale di rivoluzione culturale, che Mustapha Kayati, un situazionista algerino, scrisse uno dei più fortunati pamphlet dell’epoca: Della miseria nell’ambiente studentesco col sottotitolo: “Considerato nei suoi aspetti economico, sessuale e in particolare intellettuale, nonché d’alcuni mezzi per combatterla”, che cominciava con queste parole: «Si può affermare senza paura di sbagliare che in Francia lo studente è, dopo i poliziotti e i preti, l’essere più universalmente disprezzato». Pur assegnando agli studenti un ruolo subalterno nelle rivoluzioni a venire, anche il pamphlet situazionista, insieme a Eros e rivoluzione di Marcuse, contribuì a fare dei giovani (gli studenti, ma anche i blouson noir, i neri dei ghetti americani in rivolta, i provos olandesi, gli angry young men inglesi) i protagonisti della nuova era rivoluzionaria. Da quel giorno il futuro Sessantotto ebbe il suo soggetto rivoluzionario, il giovane declassato e alienato della fiaba situazionista, come l’epoca delle rivoluzioni socialiste, negli anni venti del secolo, aveva avuto il suo: il proletariato della favola marxista.

Ma l’Internazionale situazionista, nel 1966, aveva già una lunga storia dietro le spalle. Fin dai primi anni Cinquanta, quando il giovanissimo Guy Debord, più tardi scrittore di genio, nonché regista di film d’avanguardia oggi riscoperti dai festival internazionali del cinema, ciondolava nelle taverne parigine in compagnia dei suoi amici dell’Internazionale lettrista, non epigoni ma “superatori” (come si sarebbe poi detto nel gergo marxhegeliano dei situazionisti) del dadaismo e del surrealismo. Costoro non si limitavano a tracannare alcolici, soprattutto vino, nei bistrot malfamati del Quartiere latino, e nemmeno s’accontentavano di ciondolare nella terra desolata delle avanguardie artistiche ormai stremate o d’avventurarsi in interminabili “derive” psicogeografiche attraverso la città (avevano chiamato psicogeografia «lo studio degli effetti precisi dell’ambiente geografico, disposto coscientemente o meno, che agisce direttamente sul comportamento affettivo degli individui»). Debord e i suoi amici avevano un programma per la rivoluzione: cambiare la vita, secondo la promessa di Rimbaud. Così come il giovane Marx, nelle Tesi su Feuerbach, aveva proclamato che la filosofia, dopo avere spiegato il mondo, doveva adesso cambiarlo, i situazionisti proclamarono che non si dovevano più scrivere poesie ma si dovevano mettere in pratica. Raoul Vaneigem, olandese, il teorico più brillante del gruppo, autore del classico Trattato di saper vivere a uso delle giovani generazioni, s’unì ai situazionisti all’inizio degli anni Sessanta, quando l’Internazionale cominciava a estendere la sua rete di relazioni e a diffondere i suoi primi “detournement” (oggetti e pratiche d’uso quotidiano, per esempio i fumetti, o i muri dei caseggiati, usati per diffondere slogan e avvisi politici sitazionisti). Messa in pratica, la “poesia moderna” cominciò a riempire di slogan e graffiti trompe l’oeil le strade di Parigi, graffiti e slogan che presto dilagarono in tutta l’Europa col movimento delle occupazioni.

Diego Gabutti, estratto da http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=29328

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Unione Associazioni Culturali
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