Il Derby club cabaret

C’era una volta, in una grande città, un giovane ristoratore di nome Gianni con il pallino del teatro. Gianni ci va molto spesso e finisce così con l’imparare a memoria la scaletta e il cast di tanti spettacoli. I genitori del ragazzo hanno da poco comprato un piccolo ristorante alla periferia della grande città. Gli affari, però, non vanno troppo bene, ma Gianni ha un’idea: farne un locale dove incontrarsi per ascoltare musica. Già, ma se l’idea è di Gianni, a comunicarla ai genitori è Angela, la sua amata. E’ così che ha inizio la favola.

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DA GO-GO A DERBY – Intorno alla palazzina liberty di via Monte Rosa 84 c‘è un gran via vai di gente: gli architetti chiamati a raccolta da Gianni e Angela Bongiovanni ancora non sanno che quello che stanno arredando diventerà presto il tempio del cabaret milanese. Al primo piano sono i tavoli apparecchiati della zona ristorante ad accogliere i clienti, mentre nei quarantacinque metri quadrati che costituiscono lo scantinato, spuntano divanetti e puff neri. In fondo alla sala, una pedana sorregge un pianoforte e una batteria. La vicinanza dell’ippodromo di San Siro attira giornalisti sportivi e scommettitori incalliti: nella piccola cantina l’odore di sigari e whisky si confonde con il sapore amaro delle sconfitte, mentre pochi fortunati ridono e bevono sulle note malinconiche del jazz. Il vecchio Gi-Go, poi Whisky a gogò, viene ribattezzato Derby.

COLTRANE E QUINCY JONES – Una sera, a quel pianoforte nero, si siede uno che la musica la conosce bene: si chiama Gianfranco Intra ed è uno dei maggiori jazzisti italiani. E’ il 1962 e il Derby diventa Intra Derby Club, un nome all’americana che richiama nel locale «pezzi grossi» come Charles Aznavour, John Coltrane e Quincy Jones, solo per citarne alcuni. Il ristorantino del «Bongio» (è questo il soprannome affibbiato al nostro Gianni), comincia a riscuotere un certo successo. Sono gli anni del boom economico e la gente vuole svagarsi, ecco perché quando il chitarrista Franco Cerri si mette a raccontare qualcuna delle sue storielle, il pubblico del Derby applaude divertito. Nella cantina di via Monte Rosa bazzica anche un giovane dottore di Milano, che canta di un cane con i capelli e dell’ombrello di suo fratello. E’ qui che Enzo Jannacci conosce Dario Fo e improvvisa numeri con il duo Cochi e Renato e con «La pattuglia azzurra» di Massimo Boldi e Teo Teocoli.

LA PRIMA VOLTA DI BOLDI – A poco a poco la musica lascia il posto alle gag di comici alle prime armi, ignari che quel palcoscenico li avrebbe lanciati nel mondo della televisione e del cinema. Nasce così, quasi per caso, il Derby Club Cabaret. Cinque numeri a sera, di mezz’ora l’uno, con Angela dietro il bancone a controllare che tutto vada bene e che il debuttante di turno faccia ridere. La prima volta che Massimo Boldi sale da solo sul palco è un fiasco incredibile, ma il Bongio è lì a dirgli di non scoraggiarsi, consolandolo con una delle sue tipiche frasi: «Prova a pensare… bon! Sei avanti vent’anni».

SALVI NELLA SPAZZATURA – Sono tanti i nomi che si alternano su quella pedana: da Lino Toffolo a Felice Andreasi (entrambi di Torino), da Tony Santagata all’avvocato occhialuto Walter Valdi, da Bruno Lauzi a Paolo Villaggio, dai veronesi I Gatti di Vicolo Miracoli (Jerry Calà, Franco Oppini, Nini Salerno, Umberto Smaila, Mallaby Spray), a Mauro Di Francesco, Claudio Bisio, Antonio Catania, Giorgio Faletti, Enzo Iacchetti, Paolo Rossi. C’è chi, come Enrico Beruschi, viene al Derby tutte le sere a raccontare barzellette ai comici, finché qualcuno non lo spinge sul palco ed è un successo; o chi, come Francesco Salvi, debutta con indosso un sacco della spazzatura; il pubblico non ride e lui corre per strada vestito così, con il Bongio che lo insegue!
Tutti ricordano almeno un po’ di tremolio alle gambe, prima di scendere quei fatidici trenta gradini. E tutti ricordano Rosa, sorella di Angela, addetta al guardaroba. Viso dolce, sorriso gentile, Rosa ha una parola d’incoraggiamento per ognuno di quei ragazzi.

IL «TERRUNCIELLO» DIEGO – Anche suo figlio lavora lì: di giorno frequenta (non troppo assiduamente) l’Istituto tecnico industriale e la sera si occupa delle luci. Quando sale sul palco parla come uno dei tanti immigrati pugliesi che frequentano i bar di Milano, dando vita al personaggio del «terrunciello». Mamma Rosa è in imbarazzo e, quando Renzo Arbore le si avvicina durante una serata, chiedendole chi sia quel ragazzo, non dice che è suo figlio. Suo figlio Diego. Diego Abatantuono.

IL «CONFESSIONALE» DI CRAXI – Tra i clienti del Derby c’è la «Milano bene»: schiere di avvocati, industriali, politici e sportivi siedono l’uno accanto all’altro. Spiccano i nomi di Charlie Krupp, delle omonime acciaierie, del miliardario Rocky Agusta, di Gianni Rivera e di Bettino Craxi, prima in veste di «semplice» politico, poi di Presidente del Consiglio, unica differenza la scorta. Al noto socialista, Gianni riserva un piccolo privilegio, quello del «confessionale», ovvero un armadio dove custodisce le bottiglie lasciate a metà, con tanto di etichetta che ne segna il livello, per evitare che i ragazzi ne approfittino! Le bottiglie vengono così servite la volta successiva.

Le gemelle Kessler con Mina e Raffaella Carrà, nel programma «Milleluci» (1974)

BELLEZZE E BANDITI – Dal Bongio sono di casa anche Mina e Alberto Lupo, Renato Rascel e Walter Chiari, Mastroianni e le Kessler, Giorgio Strehler, Paolo Grassi e gli attori del Piccolo, e ancora Enzo Tortora e Mike Bongiorno, Johnny Dorelli e Augusto Martelli, Ricky Gianco e Beppe Recchia, Mennea e Vandelli. Anche qualche malavitoso cena nella cantina di via Monterosa, ma nessuno ci fa caso, nemmeno quando a pagare il conto è il bandito Francis Turatello. Come dimenticare poi il «Bistecca», così soprannominato, perché in cambio di qualche bella battuta, che i comici ripropongono subito al pubblico, si fa offrire, per l’appunto, una gustosa bistecca!

SEDIE ANCHE SUL PALCO – I numeri di dilettanti allo sbaraglio si alternano a veri e propri spettacoli, con tanto di cartellone, come quelli messi in scena da Jannacci («La tappezzeria»), o da Sandro Massimini («Più crudele di Venere»). A volte i centocinquanta posti a sedere del Derby non sono sufficienti ad accogliere il pubblico, allora si aggiungono sedie persino sul palcoscenico. Dietro le quinte ci sono loro, i «pistolati», i fortunati artisti che si sono guadagnati la benedizione del Bongio. Tra di loro gli scherzi sono la norma; di certo, però, non scherza l’infuriato Giorgio Faletti quando dice di voler strangolare Paolo Rossi, perché pensa che gli abbia rubato una battuta!

I volti di Zelig clicca su una foto per andare alla galleria

UNA NUOVA AVVENTURA? – Procede tutto bene fino al 1981, anno in cui Gianni si ammala. E’ ricoverato all’ospedale Sacco, e la sua stanza è tutta tappezzata delle vecchie locandine che hanno scandito il tempo del tanto amato Derby. Dopo la sua morte, Angela manda avanti il locale con l’aiuto del cognato. Le cose, però, sono cambiate: oltre all’aumento dell’affitto e ai diritti da pagare alla Siae, teatro e televisione si stanno appropriando del cabaret come genere e il Derby inizia il suo lento declino, per poi chiudere definitivamente nell’86. Oggi, nella vecchia palazzina liberty, che ha ospitato tanti giovani talenti, ci sono i ragazzi del centro sociale Cantiere. Il Derby Club Cabaret ha passato il testimone allo Zelig di Gino e Michele, ma la signora Angela non nasconde il desiderio di lanciarsi in una nuova avventura. La favola non è ancora finita.

Le informazioni sono tratte dal libro «Il Derby Club Cabaret», a cura di Margherita Boretti e Angela Bongiovanni

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