Fallimento e fuga

Per inquadrare storicamente la vicenda si rimanda al link del titolo che prosegue così:

Giulio Riva morì in una clinica milanese a seguito di una banale operazione di appendicite. Quando passò ad altra vita il suo impero era costituito da 600 mila fusi di filatura e 150 mila di ritorcitura, perlomeno 10 mila telai e 15 mila dipendenti distribuiti su 2530 stabilimenti: decine di società commerciali e finanziarie controllate e collegate in Italia ed all’estero.

Ma non fu mai un industriale, un imprenditore, un manager nel senso proprio di tali termini. la sua fortuna economica gli derivò sopratttuto dalle manovre finanziarie, dalle operazioni di borsa, dove egli seppe sviluppare la sua intuizione. Senza mancare, tra l’altro, di commettere degli errori. Il più grosso fu quello di ritenere che il cotone avesse sempre un impiego prioritario. Non volle mai ascoltare chi gli diceva che il ruologuida in Italia, come in altri Paesi a grande sviluppo industriale, non sarebbe più stato dei tessili, ma della meccanica. « Macché! diceva. l’industria tessile, e particolarmente la cotoniera, sarà sempre il pilota dell’economia nazionale ». E così allargava sempre lo spazio del suo dominio acquistando altri stabilimenti, assorbendo altre industrie decotte, anziché ridimensionare quelle che già aveva. Un gigantesco complesso industrialefinanziario, che nel maggio 1960 venne improvvisamente a gravare sulle spalle di un inesperto venticinquenne: il figlio Felice.

“ Il Delfino del cotone “

Giova a questo punto la presentazione del giovane Riva sino al momento della assunzione del potere.

Dopo le scuole medie inferiori, frequenta il collegio « Leone XIII» di Milano, scuola privata per ragazzi di famiglia ricca, e si diploma ragioniere. Ragioniere e basta: secondo la tradizione che vuole i padroni ideali delle fabbriche tessili dei « ragiunat », perché questo è il tipo di studi che più si addice per dirigere le aziende. L’esperienza insegna. (Più tardi, come ho detto, il tiglio minore Vittorio sarà anche lui un ({ ragiunat »).

Di corporatura atletica come il padre, praticava vari sports: dall ‘automobilismo di competizione (dilettanti), al tennis, allo sci e soprattutto al nuoto. Il papà lo lascia divertire per qualche anno dopo il diploma. In fatto di lavoro fin qui nulla. Compiuti i 24 anni il padre gli ordina: « Tu vai a Torino e stai là al C.V.S. Prima farai un po’ di pratica negli stabilimenti, poi negli uffici ». A Felice abitare a Torino non piace, ma non ha scelta. È facile capire con quale entusiasmo lavorasse e con quanta solerzia. Il primo stabilimento del suo apprendistato fu, seguendo l’antica tradizione, quello di Perosa Argentina.

Ebbi più di una occasione di intrattenermi con lui. Il suo training procedeva lentamente e stancamente. Dormiva nella foresteria dello stabilimento. I suoi weekend a Milano erano sempre prolungati, intercalati da « scappate» durante la settimana. Credo non si rendesse neppure conto esatto delle proporzioni del suo potere economico.

Nonostante questa sua impreparazione il 18 maggio 1960, a venti giorni dalla morte di suo padre, Felice Riva entra nel Consiglio di Amministrazione che lo nomina subito Direttore Generale con pieni poteri. “Da questo momento il Consiglio di Amministrazione cessa, si può dire, di essere un organo volitivo e si limita ad approvare tutto ciò di cui viene informato quasi sempre a posteriori” : così scriveva il Curatore fallimentare nella sua relazione. Insomma Felice Riva, si può dire, non entra ma irrompe nel Consiglio di Amministrazione ed assume la direzione assoluta della società.

Come dissipare una fortuna

Per rendere l’idea della leggerezza che segna fin dall’inizio la nuova gestione, è interessante riferire che uno dei primi provvedimenti fu quello di variare di fatto la ragione sociale, senza peraltro svolgere la regolare pratica presso il Tribunale, previa deliberazione dell’Assemblea

degli Azionisti. « Tanto è lo stesso; si chiami” Cotonificio Valle Susa”, che corrisponde meglio alla sigla C.V.S., ed eliminiamo la preposizione” di ” » sentenzia.

Prosegue il Curatore Gambigliani Zoccoli nella sua relazione: « Viene posto in essere un massiccio programma di riammodernamento degli impianti, la cui imprudenza è stata ampiamente lumeggiata nel capitolo concernente le cause del dissesto; così viene deliberato di entrare in partecipazione in ben 34 costituende società per azioni; così vengono allontanati o si allontanano dirigenti di provata capacità per inserire giovani collaboratori, i quali, ammesso che fossero in possesso di tutte le qualità occorrenti, mancavano certamente dell’esperienza necessaria per condurre gli affari di un complesso di tanta importanza. Il 5 dicembre 1961 il ragioniere Felice Riva, ferma restando la sua qualifica di Direttore Generale, viene nominato Vice Presidente ed Amministratore Delegato e vengono rivoluzionate le cariche interne.

Il 9 ottobre 1962 l’Amministratore Delegato informa il Consiglio che alla fine del 1962 il Cotonificio avrà una capacità produttiva per ogni giorno lavorativo di 85 mila chilogrammi di filati e di 150 mila metri di tessuti. L’euforia, mentre l’azienda è già avviata su una pericolosa china ».

La storia prosegue con Felice Riva che diventa presidente del Milan, passa le vacanze sul suo yacht e nelle più esclusive località di villeggiatura e sempre meno in fabbrica: infatti è a St.Moritz nel gennaio del 1966 quando viene informato che il direttore del suo cotonificio “Valle Susa” si è sparato piuttosto che firmare altre 1580 lettere di licenziamento.

Arrestato nel gennaio 1969 per bancarotta fraudolenta, il 10 marzo fugge in Libano lasciando un buco di 14 miliardi di lire, con espatrio regolare, visto che il magistrato gli aveva restituito il passaporto.

Condannato in contumacia, usufruisce poi di vari condoni e amnistie e rientra in Italia nel 1982.

Ma la sua appare poco più di una marachella, confrontata alla attuale situazione, come si evince da questo intervento di Luciano Gallino

 

Informazioni su apoforeti

Unione Associazioni Culturali
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