Riforma scolastica

Di fronte alle richieste provenienti dagli studenti, il governo sembra annaspare e stenta a produrre qualcosa di organico.
Il ministro della pubblica istruzione Gui presenta il decreto legge n.2314, bollato immediatamente dagli studenti come il “famigerato 2pigreco” che riprende la proposta della commissione Ermini e le proposte di Fiorentino Sullo che torna al governo nel 1968, come ministro della Pubblica Istruzione nel III Governo Rumor, ma si dimette dopo pochi mesi. Non disponendo di tempi tecnici per poter portare a compimento una riforma dell’istruzione secondaria e di quella universitaria, riesce ad adottare alcuni provvedimenti settoriali (nuovo esame di maturità, moltiplicazione delle sessioni di esame, possibilità di adottare dei piani di studio individuali, diritto di assemblea studentesca nelle scuole superiori, eccetera), in parte rimasti tuttora in vigore.
La legge vede la luce solo l’11 novembre 1969 col ministro Riccardo Misasi (allora istruzione e università erano riuniti sotto un unico dicastero) che aggiunge la liberalizzazione degli accessi all’università, quella dei piani di studio e la riforma “sperimentale” dell’esame di maturità.

Per capire la portata di questo provvedimento va considerato che all’epoca l’università italiana aveva circa 3000 professori di ruolo (i c.d. baroni a capo dei dipartimenti che si spartivano gli scarsi finanziamenti per la ricerca) governando su circa 7000 assistenti di ruolo e circa 4000 assistenti straordinari e incaricati.

L’OCSE, così descrive in un rapporto del 1969 la situazione dell’Università italiana:
« L’Università dispone di mezzi globalmente insufficienti, non solo per adempiere alla sua missione di insegnamento, ma soprattutto per far fronte ai suoi compiti di ricerca. Tenuto conto del numero attuale degli studenti e del prevedibile aumento degli effettivi e confrontando la situazione con quella di altri Paesi europei industrializzati, si può affermare che l’Università dispone soltanto di un terzo delle risorse necessarie per far fronte ai suoi impegni ».
« I testi legislativi e regolamentari che reggono l’Università sono stati elaborati in un’epoca in cui la ricerca era artigianale e concepita come il complemento dell’attività didattica. Nessun testo è intervenuto nell’epoca moderna per riorganizzare questo settore della ricerca scientifica. La conseguenza è una certa confusione ». « Si tratta di un settore molto vasto ed eterogeneo che comprende sia unità di ricerca moderne vicine all’optimum dimensionale, e di valore internazionale, sia centri poco o nulla organizzati nei quali la ricerca si sviluppa a livello individuale… Gli istituti sono diretti da un professore di ruolo che assicura la gestione amministrativa e la direzione scientifica. Ma gli istituti non sono dotati di personalità giuridica e di autonomia finanziaria; al massimo dispongono di autonomia contabile… In tali condizioni il direttore dell’istituto non dispone di alcun mezzo giuridico per lo sviluppo del suo centro di ricerca ».
« E’ sorprendente constatare che il numero degli istituti è spesso superiore a quello dei professori titolari di cattedra, fatto questo che mette in luce la loro eccessiva dispersione ». « Anche la struttura della Università italiana e la mentalità degli amministratori sono responsabili di questa situazione. E’ stato scritto severamente: “II sistema di cooptazione universitaria modella la mentalità dei professori, la conquista della cattedra è la meta finale che essi perseguono; questa conferisce loro uno spirito di disimpegno e di individualismo, il professore sì considera membro di una ‘corporazione’, nella quale è riuscito ad entrare dopo molte difficoltà; un istituto di ricerca è la dote che pretende; …è una dote miserabile, ma permette al professore di esercitare la propria sovranità” ». « Solo un governo energico potrebbe modificare profondamente e rapidamente questa situazione, sopprimendo gli istituti meno efficienti; ci si scontrerà allora con violente opposizioni locali… Questa riforma sarà tanto più difficile a realizzarsi in quanto i professori universitari, divisi sull’opportunità e le modalità di questa riforma, non sono disposti a vedersi imporre dall’esterno profondi cambiamenti nell’ambito del loro statuto. Come è stato detto, essi costituiscono un potere nello Stato; il loro prestigio sociale, dovuto non solamente alla loro autorità intellettuale e alla loro libertà di spirito, ma anche alle numerose relazioni che essi intrecciano, al di fuori dell’università, nel mondo degli affari e specialmente della politica, è tale, che un governo, nell’occuparsi dell’Università, deve dar prova di grande autorità ».
Rapporti con l’industria privata
« Per ragioni che dipendono principalmente dalla mentalità delle parti in causa, la collaborazione tra industria e università è molto poco sviluppata. Nel 1963, l’l,7% delle spese di ricerca dell’insegnamento superiore è stato finanziato dalle imprese. Gli industriali sentono raramente il bisogno di rivolgersi agli istituti universitari. Se le loro imprese sono di dimensioni ridotte, essi non hanno interesse per la ricerca fondamentale e non sono, in ogni caso, mentalmente preparati a stabilire dei rapporti con l’università; se invece le loro imprese sono importanti, essi si sforzano di creare propri laboratori di ricerca e di associarvi, all’occasione, i professori competenti. I professori sono spesso sollecitati, a titolo personale, a dare consulenze alle grandi imprese private; ma in questi casi si tratta più che di una collaborazione università-industria a livello della ricerca scientifica propriamente detta, di un processo sociologico di unione tra due categorie della classe dirigente italiana: i professori universitari da una parte, e grandi capi d’industria dall’altra ».
Ricerca e insegnamento
« Non è esageralo affermare che l’Università italiana non ha ricercatori, poiché la maggior parte dei ricercatori universitari sono prima di tutto insegnanti; non spetta a noi pronunciarci in linea di principio sulle relazioni che dovrebbero intercorrere tra le funzioni dell’insegnamento e quelle della ricerca; possiamo soltanto osservare che questo dualismo di funzioni influisce sui temi e sui mezzi delle ricerche intraprese in questo quadro, ricerche che sono essenzialmente fondamentali e libere, quindi per loro natura difficili a programmarsi e ad articolarsi secondo la necessità dei settori produttivi ».
Il sistema di scelta dei professori « dà luogo inevitabilmente, come tutti i sistemi di reclutamento di questo tipo, ad un certo nepotismo, ad un maltusianismo, ad un conservatorismo spesso criticati… I professori titolari sono inamovibili. Essi sono autorizzati ad esercitare le funzioni pubbliche e privale corrispondenti alla loro competenza, ossia le funzioni di consulenza e le professioni libere corrispondenti alle discipline che insegnano (avvocato, architetto ecc.). Molti ritengono che questa situazione dia luogo ad abusi. Il titolo di professore universitario spesso corrisponde in pratica ad un diritto che il suo titolare non esercita ».

Fonte : Tempo illustrato 1 marzo 1969

La marea di studenti così “liberati” rifluirà massicciamente in una struttura inadatta ad accoglierli, anche solo fisicamente, e non in grado di fornire loro anche quella preparazione di base che la politica degli indirizzi almeno dava per scontata.

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