Oro e dollaro

In pratica il sistema progettato a Bretton Woods (1944) era un gold exchange standard, basato su rapporti di cambio fissi tra le valute, tutte agganciate al dollaro, il quale a sua volta era agganciato all’oro.

Gli accordi di Bretton Woods favorirono un sistema liberista, il quale richiede, innanzitutto, un mercato con il minimo delle barriere e la libera circolazione dei capitali privati. Quindi, anche se vi furono delle divergenze sulla sua implementazione, fu chiaramente un accordo per un sistema aperto.

Tutti gli accordi derivati direttamente o indirettamente da Bretton Woods non prevedevano un corretto controllo sulla quantità di dollari emessi, permettendo così agli USA l’emissione incontrollata di moneta, fatto contestato più volte da Francia e Germania in quanto gli USA esportavano la loro inflazione, impoverendo perciò il resto del mondo.

Nel marzo 1968, in previsione di una svalutazione del dollaro, ci sono massicce richieste di conversione di dollari in oro, che le banche centrali si erano impegnate a mantenere a 35 dollari l’oncia (31,1 grammi); enormi quantità d’oro escono dai forzieri per affluire nelle tasche dei privati e il prezzo sale a 44 dollari l’oncia, svuotando le riserve e svalutando di fatto il dollaro.

A questo punto il pool delle banche si scioglie e lascia libero il mercato di fluttuare secondo le richieste di mercato, impegnando solo le banche centrali a regolare le transazioni internazionali al valore standard dei 35 dollari/oncia.

Poi la guerra in Vietnam, che fa aumentare fortemente la spesa pubblica americana, mette in crisi il sistema: di fronte all’emissione di dollari e al crescente indebitamento americano, aumentano le richieste di conversione delle riserve in oro. Ciò spinge il 15 agosto 1971, a Camp David, il presidente statunitense Richard Nixon, ad annunciare la sospensione della convertibilità del dollaro in oro. Le riserve americane si stavano pericolosamente assottigliando: il Tesoro americano aveva già erogato 90.000 tonnellate di oro. Nella gestione del Fondo Monetario Internazionale erano già operativi i Diritti Speciali di Prelievo con un valore puramente convenzionale di un diritto speciale di prelievo per un dollaro.

Arriviamo così ai giorni nostri in cui la variante è che si sta discutendo di un “paniere” di monete da sostituire al dollaro in queste transazioni virtuali.
Di fatto oggi il valore di ciascuna moneta è puramente convenzionale.

Il 4 giugno 1963, il presidente John Fitzgerald Kennedy (Brookline, 29 maggio 1917 – Dallas, 22 novembre 1963) firmò l’ordine esecutivo numero 11110 che dava al Ministero del Tesoro il potere “di emettere certificati sull’argento contro qualsiasi riserva d’argento, argento o dollari d’argento normali che erano nel Tesoro”. L’ordine di Kennedy riportava in mano allo stato il potere di emettere moneta, senza doverla “chiedere in prestito” alla Federal Reserve. Complessivamente, Kennedy mise in circolazione banconote per 4,3 miliardi di dollari garantite da riserve in argento. Kennedy scelse come riserva monetaria l’argento. La moneta nel progetto di Kennedy aveva costo zero per lo Stato (invece che indebitarsi verso la FED) in quanto i certificati d’argento erano dollari USA, non obbligazioni sulle quali lo Stato pagava gli interessi. Viceversa la moneta della FED era prestata al Governo applicando un tasso di interesse. Diversamente dalla moneta della FED, era poi una moneta convertibile. Con il provvedimento, il Tesoro statunitense tornava ad emettere moneta come era avvenuto dalla fine della guerra di secessione fino agli anni ’30, prima della costituzione della Federal Reserve.

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Unione Associazioni Culturali
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