Femminilità

Betty Friedan

Betty Friedan

Quello che negli anni ’60 si era capito e che adesso si è dimenticato è che non esistono problemi individuali, nel senso che sono per la maggior parte riconducibili al contesto sociale e da esso indotti.
Per fare un esempio, alla fine del 1962 una inchiesta doxa “accerta” che il matrimonio costituisce la più importante aspirazione della vita per 82 donne italiane su 100, il che significa fissare una “norma” che automaticamente crea sensi di colpa o di inferiorità in chi non riesce a raggiungere questo obiettivo (a qualsiasi costo) o, più semplicemente, fa parte del restante 18% (che comunque è una percentuale abbastanza elevata).
Le esigenze economiche però richiedono che la donna partecipi al processo di “sviluppo” con la sua forza lavoro ed ecco che “casualmente” in Francia Simone de Beauvoir pubblica “Il secondo sesso” e a New York una giornalista e moglie di un pubblicitario (particolare non insignificante) di 41 anni e madre di tre figli Betty Friedan pubblichi “La mistica della femminilità” nella primavera del 1963.
In essa la Friedan lamenta la condizione di “mantenuta” della casalinga americana (solo quella WASP però) che non permette alla donna di realizzarsi pienamente.
Nel libro però c’è anche un dato rivelatore: a parità di mansioni, i salari della donna erano del 40% inferiori a quelli dell’uomo.
Cosa succederà infatti quando qualche decina d’anni dopo la massa delle donne diventerà consistente sul mercato del lavoro?
Semplice e noi posteri lo sappiamo: i salari dell’uomo si sono abbassati del 40% e più e così, dove prima bastava uno a mantenere la famiglia, adesso servono due persone e lavoro straordinario o in nero per pagare i servizi necessari a fare quello che prima faceva la “povera casalinga”.

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Unione Associazioni Culturali
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