La “virtus” nello sport

A cinquant’anni esatti dalla Coppa dei Campioni di Nereo Rocco e dal primo scudetto di Helenio Herrera, un volume (e una mostra) dedicati ai due leggendari allenatori di Milan e Inter. Un omaggio ai protagonisti di un dualismo sportivo e sociale che ha coinvolto generazioni di milanesi e di italiani, e che ha portato la sua eco anche all’estero.

Una dovuta digressione storica: Milano 1963. Mercoledì 22 maggio il Milan di Nereo Rocco vince nello stadio di Wembley la prima coppa dei Campioni della storia del calcio italiano. Quattro giorni più tardi, domenica 26, Helenio Herrera festeggia a San Siro il suo primo scudetto alla guida dell’Inter.

Per la prima volta Milano diventa capitale del calcio d’Europa, in attesa, l’anno successivo, di scalare con l’Inter la vetta del mondo. Generosità, inventiva, carattere erano i tratti distintivi del Mago Herrera e del Paròn Rocco; eroi di un calcio ancora ben distante dagli eccessi finanziari e mediatici dell’attualità.

Partendo da quel lontano, magico 1963, Quelli che… Milan Inter ’63 La Leggenda del Mago e del Paròn si snoda attraverso le mille suggestioni ispirate alla carriera dei due allenatori. Entrambi grandi, ma tra loro diversissimi, due modi opposti di interpretare il calcio e la vita. Due vie ugualmente vincenti per entrare nella storia del pallone e del costume.

Assolutamente originale l’impaginazione del libro che consente al lettore di poter scegliere da quale protagonista iniziare capovolgendo il volume edito da Skira.

Di Nicola Pietrangeli va sottolineata la sua rinuncia a passare al professionismo, impensabile oggi in un mondo in cui i soldi costituiscono l’unico valore.

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Una risposta a La “virtus” nello sport

  1. apoforeti ha detto:

    QUELL’AUTOGRAFO DI AGOSTINI ALL’AERODROMO DI MODENA.

    In questi giorni è da poco iniziata la nuova stagione del Motomondiale, le corse escono dal letargo invernale, ma oggi il “risveglio” è diverso dal passato, quando il motociclismo de “I giorni del coraggio” era più genuino, senza clamori mediatici e gossip, meno ricco, più rischioso, né migliore e né peggiore di quello odierno, vissuto con la stessa intensità e con la stessa passione da chi si cimentava in pista e da chi li seguiva dai bordi dei circuiti, spesso improvvisati lungo i viali cittadini, o ritagliati da spazi adibiti ad altro, come accadeva all’autodromo di Modena, un piccolo aeroporto all’ombra della Ghirlandina.
    L’appuntamento all’aerodromo (si chiamava così…) di Modena era una tappa fondamentale perché apriva ufficialmente le corse di velocità valide per il “tricolore” ma con valenza internazionale aperte ai big stranieri, di fatto l’anteprima del motomondiale, in pratica quello che rappresenta la Milano-Sanremo per il ciclismo.
    Era il 19 marzo del 1973 quando mio padre, grande appassionato di meccanica e di motori e quindi anche di tutti gli sport motoristici, nonché supertifoso di Giacomo Agostini, decise di portarmi con sè a vedere un Gran Premio. Sfruttando il fatto di avere tanti parenti a Modena, c’eravamo fatti comprare i biglietti in anticipo da uno di loro. Quel giorno entrammo nel circuito automobilistico di Modena con grande anticipo per occupare dei posti con una buona visuale, forniti di una buona sportina di panini e gazzosa. Era il Gran Premio Internazionale di Modena che in pratica apriva la stagione e tutti volevano vedere se Giacomo Agostini fosse ancora in quella spendida forma smagliante che nei cinque (5) anni precedenti gli aveva fatto vincere ben 10 titoli mondiali. Si non mi sono sbagliato, dal ’68 al ’72 Agostini partecipò in entrambe le categorie del Motomondiale, la 350 e la 500, correndo tutte le domeniche due gare di seguito nella stessa giornata, scendeva vittorioso dalla 350 e dopo pochi minuti inforcava la moto classe 500 per rimarcare un’altra vittoria, 10 titoli mondiali consecutivi in 5 anni. In totale vinse 15 titoli partecipando a 13 edizioni del Motomondiale. Il fenomenale Valentino Rossi ha finora vinto 9 titoli e 114 gare contro le 123 vinte da Agostini. La moto che identificò Agostini nella sua galoppata vittoriosa ai titoli mondiali fu la mitica MV Agusta, ma verso la fine Giacomo dovette per forza passare alle insorgenti case giapponesi, imponendosi con una Yamaha negli ultimi due “Mondiali” vinti. Anche quel giorno Agostini dimostrò a tutti la sua superiorità, facendo capire che la sua fame di vittorie mondiali non era ancora appagata. Terminata la manifestazione siamo andati nei pressi del parcheggio interno dove erano posizionati i vari furgoni chiusi, dove i piloti gestivano gli attimi privati pre e post gara. Abbiamo aspettato fin quando l’addetto ci aprì il cancello per poterci precipitare dietro il furgone di Agostini, il quale era già lì pronto a far dono a tutti i suoi tifosi della propria foto autografata. Non sarà niente di straordinario, ma sono ricordi estremamente emozionanti che possono rimanere indelebili per sempre. Fino alla fine degli anni ’70 questo Aerautodromo era un impianto sportivo che si trovava a Modena lungo la via Emilia e che conteneva contemporaneamente sia le strutture tipiche di un aeroporto (pista in cemento, torre di controllo, aviorimesse) che quelle di un autodromo (direzione gara, box, tribune), da qui la particolare denominazione. Da quando nel ’72 la Ferrari ha inaugurato la propria pista circuito di Fiorano, l’autodromo perse le sue peculiarità, l’ultimo gran premio motociclistico si svolse nel ’75 e alla fine degli anni ’70, dopo aver perso ogni valenza, fu chiuso definitivamente. Sull’area su cui sorgeva l’impianto, in principio periferica ma adesso inglobata dal tessuto urbano della città, sorge oggi il Parco Enzo Ferrari (che ha completamente cancellato il tracciato della pista).
    Lorenzo Berlato

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