60 anni nello spazio

Tra pochi giorni, sessant’anni fa, l’uomo usciva per la prima volta dall’atmosfera terrestre. Jurij Alekseevi? Gagarin a bordo della Vostok 1 rimase in orbita per un’ora e quaranta minuti. Per la prima volta l’umanità veniva a sapere che il suo pianeta, visto dallo spazio, è azzurro.

L’artefice di quella missione era stato soprattutto Sergej Pavlovi? Korolëv, detto il Costruttore capo, il geniale progettista che aveva portato il programma russo a mettere in orbita il primo satellite e poi il primo essere umano. E che morì nel gennaio del 1966, prima di poter portare a termine il suo sogno successivo, lo sbarco sulla Luna.

Su Wikipedia “l’enciclopedia lbera”, la voce Gagarin è vuota…

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La triplice (Lama, Storti,Vanni)

Nella Roma appena liberata dai nazifascisti subito partecipa nel 1944 alle prime lotte politiche. Milita nella Gioventù Repubblicana e ne diviene uno dei leader. Poco più tardi, dal 1947 e fino al 1949 diviene segretario politico della Federazione Giovanile Repubblicana.[1]

L’esperienza politico sindacale in UIL

Il 5 marzo 1950 fu tra i 253 delegati che alla Casa dell’Aviatore a Roma parteciparono al convegno costitutivo dell’Unione Italiana del Lavoro (UIL), a forte carattere socialdemocratico laico e riformista. Insieme a lui, tra i protagonisti di quel giorno, vi erano l’ex Presidente del Consiglio ed azionista Ferruccio Parri, Italo Viglianesi, Enzo Dalla Chiesa e Renato Bulleri del Partito Socialista Unitario e il suo compagno di partito Amedeo Sommovigo. Nella UIL appena costituita viene subito eletto segretario confederale, prima a capo del servizio organizzazione e poi, dal 1953 al 1964, di quello sindacale.

Dal 1964 al 1969 è a capo del servizio affari generali, assistenza e previdenza della UIL. In pieno autunno caldo nel 1969 il quinto congresso della UIL elesse Italo Viglianesi presidente affiancato da tre segretari generali: Lino Ravecca espressione del PSDI, Ruggero Ravenna del PSI e Vanni stesso come rappresentante del PRI.[2] Il comitato centrale della UIL del 27 ottobre 1971 elesse Vanni segretario generale.[3].

In quel periodo era all’ordine del giorno la discussione sull’unione con le altre due confederazioni CGIL e CISL. Giorgio Benvenuto, rappresentante della corrente più a sinistra nella UIL, era per un’unione in tempi brevi mentre Vanni temendo un’egemonia del PCI era più cauto sui tempi e sui modi. Vinse la sua linea e fu eletto. Comunque fu durante il suo mandato, nei duri anni dopo l’autunno caldo, che insieme a Luciano Lama e Bruno Storti formò la Federazione CGIL, CISL, UIL, federazione unitaria delle tre sigle confederali. Il suo mandato, confermato al sesto congresso ebbe fine il 30 settembre 1976 con l’elezione di Giorgio Benvenuto alla segreteria generale della UIL.

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Francobolli anni 60

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Prandstraller

Ci si può domandare, a questo punto, come sia potuto accadere che, dopo le aperture in senso liberale realizzate nel decennio ’60, dopo l’incremento della partecipazione politica e la messa in discussione dell’autoritarismo tecnocratico e militare attuata in quel periodo, l’Occidente sia ora di fronte a un tale cambiamento.
Una congrua risposta a questa domanda implicherebbe che fossero presi in considerazione i numerosi fattori, interni ed esterni, che hanno interferito sul cammino dell’Occidente nel recente periodo, togliendogli la baldanza libertaria da cui sembrava animato. Ma se ci si vuole limitare ad una eziologia riferibile alla stessa natura della fase politico-culturale che ha preceduto la svolta invclutiva, si deve osservare che i movimenti degli anni ’60 non hanno avuto né la chiarezza ideologica né la forza d’urto necessarie per intaccare le istituzioni portanti, quelle cioè che fondano l’assetto generale di una società. Benché essi abbiano compiuto un apprezzabile lavoro di destrutturazione, non sono stati in grado di estenderlo al di là di alcune istituzioni sostanzialmente marginali rispetto al nucleo centrale del potere. Hanno intaccato – a vantaggio dell’autodeterminazione individuale – la famiglia, la scuola, l’università, togliendo a queste entità parte dell’impronta repressiva che precedentemente avevano; hanno liberalizzato l’amore, legittimato il privato, garantito nuovi spazi alla circolazione delle idee; valorizzato la marginalità rispetto alla centralità, e messo in evidenza la negatività del potere sul piano etico. Ma questo insieme di risultati non è valso a modificare la struttura dell’impresa e l’assetto politico, i due assi portanti con cui ogni sviluppo civile deve fare i conti. Questi assi sono passati indenni nella bufera degli anni ’60 ed ora si può constatare che hanno rinforzato il proprio impianto autoritario con gravi conseguenze generali.
Minacciate ma non colpite direttamente, tali istituzioni sono riuscite ad attuare le loro vendette negli anni ’70. Certe forme che esse avevano assunto in Occidente ben prima della contestazione realizzavano implicite negazioni del plu-ralismo e ne riducevano grandemente l’attuabilità. La tecnocrazia, i monopoli e il sistema sempre più rigidamente strut-turato dei partiti erano di per sé rilevanti smentite dei principi di questo e ostacoli gravissimi alla sua estrinsecazione concreta. Quelle istituzioni in realtà configuravano un modello antidemocratico nel bel mezzo della democrazia e nella sostanza sabotavano quest’ultima. La piega corporativa assunta in seguito su larga scala dalla società occidentale appare perfettamente in linea con tale sabotaggio occulto ma micidiale. Forza contro forza, compagine di potere contro compagine di potere, la società è andata sempre più accentuando – attraverso un’organizzazione puntigliosa dei suoi corpi interni – caratteri che nulla avevano di democratico, già evidenti peraltro nelle concentrazioni apparse prima che il fenomeno corporativo assumesse un’estensione generale.
Il fallimento degli scopi principali della contestazione -nonostante il successo ottenuto in campi secondari – è comprensibile se si considera, oltre alla debolezza delle forze sociali su cui essa si fondava, il tipo di elaborazione teorica che la sorreggeva. Il primo elemento è troppo evidente per aver bisogno di molti commenti: le forze implicate nei « movimenti » non solo erano numericamente esigue rispetto alla massa della popolazione, ma operavano in settori obiettivamente periferici, o resi tali dalla natura stessa della società industriale avanzata. Gli studenti, le donne e alcune altre componenti attive dei movimenti, in genere non agivano a contatto diretto con i grandi processi produttivi e politici né, tanto meno, nei corrispondenti apparati. La loro protesta, di conseguenza, non poteva avere una specifica incidenza su tali processi. Anche quando – come in Francia – i movimenti giunsero a minacciare l’assetto politico, tale minaccia fu effimera e troppo debole per arrivare ai nuclei sostanziali del potere. Essa comunque non potè coinvolgere la « struttura » vera e propria.
Per quanto riguarda il secondo elemento, ora che si possono vedere le cose con sufficiente distacco, non è difficile constatare che la pars destruens della critica teorica è stata di gran lunga più elaborata della pars construens. Nessun progetto di mutamento applicabile alle istituzioni portanti fu invero delineato dal pensiero critico. I teorici indugiarono al livello dei grandi presupposti, mettendo in luce il carattere alienante e repressivo della società vigente: ma al di là della denuncia di tale repressività (presentata da Marcuse come un fatto pressoché irrimediabile) essi non seppero spingersi. La formazione più filosofica che sociologica, economica e politologica dei più importanti intrepreti del pensiero critico, e inoltre la scarsa volontà di abbandonare una certa metodologia deduttiva che pretendeva di ricavare tutto da alcuni assiomi, hanno favorito l’inclinazione alla denuncia senza alternative pratiche e senza operatività concreta.
A ciò si aggiunga che – mettendo in risalto le potenzialità repressive della cultura occidentale – il pensiero critico ha trascurato di sottolineare e di valorizzare quelle libertarie. L’atteggiamento di Adorno e Horkheimer nei riguardi del-l’illuminismo è in proposito tipico. La oggettiva svalutazione di uno dei più grandi momenti culturali dell’Occidente da essi decretata in Dialektik der Aufklarung (1947) – benché presentata come tentativo di salvarne il vero spirito – ha costituito, per molti versi, un atto suicida, una professione di sfiducia nella ragione occidentale non accompagnata da alcuna alternativa concreta. Non si può non convenire a questo proposito con Jacques Ellul, quando sottolinea che « coloro che sono stati i portatori o i ricercatori dei valori di una civiltà, coloro che vogliono il rinnovamento di una cultura, hanno troppo facilmente respinto, disprezzato il retaggio positivo del mondo occidentale. I nostri intellettuali, travolti da una sorta di delirio di autodistruzione, hanno perduto il senso dell’avventura occidentale, e degli atleti bardati di tutto punto: hanno creduto di potersene impadronire, mentre non facevano che assestargli il colpo di grazia »

GIAN PAOLO PRANDSTRALLER
Nato a Castello di Godego (TV) il 26/03/1926, libero docente in Sociologia Generale nel 1969, Professore incaricato di Sociologia presso l’Università di Padova dal 1969 al 1975, Professore straordinario di Sociologia nell’Università di Lecce nel 1976, Professore Ordinario di Sociologia nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna nel 1977.

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I film su Mubi

https://mubi.com/it/library/specials/1960s-masterpieces
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Fotomuseo Giuseppe Panini

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Ieri e oggi

Voi che ne dite?
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Dagli anni 60 al domani

Arte e società dagli anni Sessanta a domani FUTURO “Un tempo il 2000 era un sogno, l’utopia di raggiungere qualcosa di molto lontano, e invece ci siamo ritrovati a viverlo questo futuro con effetti collaterali che davvero non ci saremmo aspettati.”
  Luca Beatrice
La rassegna “Futuro” curata da Luca Beatrice e Walter Guadagnini, apre una riflessione di straordinaria attualità sul concetto di ‘futuro’ attraverso le visioni dell’arte, dagli anni ’60 – decennio del boom economico, della crescita demografica, dell’ottimismo e del consumismo che nell’arte si traducono nell’era pop e nell’esplosione dei fenomeni giovanili -, fino a una società che si è trovata a vivere contemporaneamente il cambio di un secolo e di un millennio, attesi con grandi aspettative e alcune paure.
  Gallerie d’Italia – Palazzo Leoni Montanari
Vicenza
Dal 3 ottobre 2020 al 7 febbraio 2021.
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Copertine vinili

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Mina

Mina Anna Mazzini nasce il 25 marzo 1940 a Busto Arsizio, ma quando lei ha tre anni la sua famiglia torna a Cremona. Il suo debutto musicale arriva nel 1958 a Forte dei Marmi, quando canta “Un’anima pura”; i pochi rimasti nel locale rimangono attoniti dalla bravura della cantante. A ottobre di quell’anno Mina inizia a cantare con gli Happy Boys, fino a quando il discografico David Matalon non le propone di incidere dei brani tanto in italiano – a nome Mina – che in inglese – con lo pseudonimo di Baby Gate. In seguito Mina fonda i Solitari, complesso con cui continua ad esibirsi in giro per l’Italia e fa le sue prime apparizioni televisive: al “Musichiere” prima, poi a “Lascia o Raddoppia!” e in altri programmi. La sua versione di “Nessuno”, brano lanciato da Wilma De Angelis, la trasforma per i giovani nella “regina degli urlatori” e dal 1959 arrivano i primi riconoscimenti: Juke Box d’oro, Microfono d’oro, il debutto nel cinema con “Urlatori alla sbarra” e, finalmente, nel 1960, Sanremo. “Il cielo in una stanza”, nell’estate di quell’anno, convince anche i più scettici sulle sue qualità, e la Rai le offre un programma in sei puntate intitolato “Sentimentale” e “Due note” la sigla di coda di “Canzonissima”.
Nel 1961 Mina torna a Sanremo logorata da due anni di superlavoro: le critiche ricevute per il brano “Le mille bolle blu” la indeboliscono al punto da farle giurare di non mettere più piede a Sanremo e di limitare i rapporti con la stampa. Ma è soltanto un attimo: arriva la popolarità di “Studio uno”, il programma tv che la consegna alla storia e poi, nel 1962, il successo di “Renato” e un’altra sigla per “Canzonissima”.
Arriva lo scandalo: nel 1963 Mina ha un figlio, Massimiliano, dall’attore Corrado Pani, sposato con un’altra donna. La relazione e la nascita del figlio le costano una quarantena da parte della RAI e le accuse bigotte di parte della stampa. La tv torna ad accoglierla nel 1964 con il programma “La fiera dei sogni”, mentre nel 1965 Mina lavora a una nuova edizione di “Studio Uno”, dove canta, tra le altre cose, “Brava”, un brano scritto appositamente per lei da Bruno Canfora. Al successo televisivo si affianca quello radiofonico di “Gran Varietà”, dove Mina lancia brani come “Se telefonando”, e di “Pomeriggio con Mina”. Nel 1967 Mina apre la propria etichetta discografica, la PDU. Nel 1970 unisce le proprie forze a quelle di Battisti e Mogol, cantando le loro “Insieme”, “Io e te da soli” e “Amor mio”. Nel 1971 lancia un altro successo, “Grande grande grande”, che porta la firma, tra gli altri, di Tony Renis. Nel 1972 è la volta di “Parole parole”, sigla finale di Teatro 10 cantata in coppia con Alberto Lupo, mentre in estate è ancora alla Bussola, dove registra una serie di concerti per un disco e uno special tv. A fine anno esce il suo primo album doppio, da quel momento un appuntamento fisso con i suoi fan.
Già da qualche tempo la cantante inizia a diradare le sue apparizioni pubbliche, e il suo ultimo passaggio tv si ha in occasione del programma “Milleluci”, dove Mina divide il palco con Raffaella Carrà e canta la sigla di coda “Non gioco più”. Nel 1978, dopo sei anni di lontananza dai concerti, Mina torna per una serie di show alla Bussola, ma dopo i primi 13 esauriti le serate vengono interrotte perché si ammala. È l’ultimo exploit in pubblico di Mina, che da allora rifiuta di cantare fuori da uno studio di registrazione. Negli anni ’80 e ’90 nulla interviene a modificare il ritmo regolare con il quale Mina pubblica il suo doppio album annuale, intervallato soltanto da qualche raccolta (DEL MIO MEGLIO) o da qualche monografica (MINACANTALUCIO, MINA CANTA NAPOLI, MINA CANTA I BEATLES). La consuetudine dei doppi album si interrompe nel 1996, quando esce CREMONA, un album singolo, seguito nel 1998 dall’enorme successo di MINA-CELENTANO, inciso in coppia con il “Molleggiato”.
Nel 2001 c’è l’evento. Mina si fa riprendere in studio durante la registrazione di un tributo a Modugno che esce di lì a poco. Il filmato di un’ora viene diffuso però solo attraverso Internet. A seguire esce l’ennesima raccolta, MINA, LA STORIA, IL MITO (che comprende anche alcune canzoni degli esordi della cantante) e poi, a fine ottobre 2002, l’atteso album di inediti VELENO, dodici canzoni pop scritte per Mina da Zucchero, Giancarlo Bigazzi, Samuele Bersani, Daniele Silvestri e altri ancora. Il 14 novembre 2003 viene pubblicato NAPOLI SECONDO ESTRATTO. Il titolo rimanda a NAPOLI, il disco che Mina ha pubblicato nel 1996, nel quale rileggeva dieci episodi del repertorio classico e moderno della canzone partenopea. Come NAPOLI, anche NAPOLI SECONDO ESTRATTO è un “live in studio”, dalla veste sonora più essenziale che mai (questa volta si tratta di un quartetto jazz).
Dopo BULA BULA, disco con dodici canzoni che portano firme di nomi noti e (semi)sconosciuti, a fine 2005 Mina si proclama L’ALLIEVA di Frank Sinatra, al cui repertorio di ballad è dedicato il disco omonimo. Il 24 novembre 2006 esce BAU, tredici brani scritti per Mina da vari autori tra cui si distinguono Andrea Mingardi e Maurizio Tirelli. Nel 2007 esce LOVE BOX un ulteriore box antologico con le sue più belle canzoni d’amore e nello stesso anno duetta con Miguel Bosè rivisitando in lingua spagnola “Acqua e sale” – canzone portata al successo con Adriano Cementano – che diventa “Agua y sal”. Il 21 settembre 2007 esce TODAVIA, che contiene quattordici tracce, dodici delle quali sono delle cover dei suoi brani in lingua spagnola. A novembre Mina duetta anche con Giorgia in “Poche parole”, brano contenuto all’interno di STONATA, album della cantante romana. Nel 2009 esce FACILE, l’omonimo singolo cantato in coppia con il cantante degli Afterhours, Manuel Agnelli che è anche l’autore della canzone. Nel 2010 la cantante di Cremona pubblica CARAMELLA, anche in questo album si distingue un duetto, questa volta con il soul man Seal, il titolo della canzone è “You get me”. A fine novembre esce un CD singolo, “Piccola strenna”, contenente i 4 brani inediti incisi per il film di Aldo Giovanni e Giacomo “La banda dei babbi natale”. Contemporaneamente escono per Carosello due triple raccolte, RITRATTO: I SINGOLI VOL. 1 e RITRATTO: I SINGOLI VOL. 2, che contengono accoglie il meglio del repertorio della cantante tra la fine degli anni 50 e gli anni 60, ovvero tutti i singoli incisi per la ItalDisc.
Dopo PICCOLINO del 2011 a cui partecipano diversi autori come Andrea Mingardi e Giuliano Sangiorgi, a dicembre 2012 arriva nei negozi AMERICAN SONG BOOK. Un anno dopo è la volta del nuovo capitolo discografico dell’artista MINA CHRISTMAS SONG BOOK, album dal vivo in cui Mina interprete nuovamente canzoni natalizie. Nel 2014, dopo avere concesso a Mondo Marcio la possibilità di costruire l’album NELLA BOCCA DELLA TIGRE sui campionamenti delle proprie canzoni, arriva un nuovo disco di inediti, il primo in tre anni: si intitola SELFIE e contiene “La palla è rotonda”, canzone scelta dalla RAI come sigla ufficiale delle trasmissioni legate ai mondiali di calcio brasiliani.
Il 23 marzo 2018 esce MAEBA che contiene ” ‘A minestrina” scritta per Mina da Paolo Conte che duetta con lei.

https://www.rockol.it/artista/mina/biografia

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Aldous Huxley

Le sue idee furono le fondamenta su cui si costituì lo Human Potential Movement. In un discorso tenuto nel 1961 alla California Medical School di San Francisco, Huxley disse che “ci sarà in una delle prossime generazioni un metodo farmacologico per far amare alle persone la loro condizione di servi e quindi produrre dittature, come dire, senza lacrime; una sorta di campo di concentramento indolore per intere società in cui le persone saranno private di fatto delle loro libertà, ma ne saranno piuttosto felici”.

La visione di Huxley sul ruolo della scienza e della tecnologia (come lui lo descrisse, per esempio, ne L’isola) sono analoghe a quelle di altri noti pensatori britannici del Novecento, quali Lewis Mumford, l’amico di Huxley Gerald Heard e, in qualche modo, Buckminster Fuller. Tra i continuatori di questa linea di pensiero nelle successive generazioni si annovera Stewart Brand.

Il 12 maggio 1961 un incendio divampato nella sua casa distrusse tutti i suoi libri e le sue carte. La perdita fu una prova durissima. Sul suo letto di morte, incapace di parlare, chiese alla moglie per iscritto di ricevere un’iniezione intramuscolare di 100 microgrammi di LSD, accompagnando il suo trapasso con la lettura di passi del Libro tibetano dei morti. Fu accontentato e spirò la mattina seguente, il 22 novembre 1963, lo stesso giorno in cui morirono anche John F. Kennedy e C.S. Lewis.

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Eterogenesi dei fini

In pratica la mia generazione nel 1966 usciva da selettivi studi umanistici (liceo classico) e veniva avvertita dai francofortesi dei pericoli di un condizionamento,  che si è puntualmente verificato ed anzi è diventato l’asse portante della dittatura liberista

Quale la premessa, la radice di tale paradosso? La risposta è rinvenibile nelle pagine ancora attuali di Theodor Adorno e Max Horkheimer (Dialettica dell’illuminismo, Torino, Einaudi, 1966) sul potere contemporaneo che si è imposto dal 1945 ricorrendo attraverso i Mass Media a un’azione “preventiva” di condizionamento che, abituando l’individuo ad una ricezione passiva e meccanica dei messaggi, gli introgetta un’immagine predeterminata, univoca ed asettica della realtà che “lo persuade” ad adottare un tipo di linguaggio e di comportamento impersonale e stereotipato, con l’effetto finale di inibirgli sia le funzioni immaginative che quelle critico-riflessive.

Una persuasione, quindi, non meno violenta della forza coattiva ma molto più sottile, paralizzante, insidiosa e inattaccabile che fa della democrazia un democratismo il quale trae la sua linfa vitale nel determinismo che rigetta, per sua natura, qualsiasi intellettualità o filosofia.

Destrutturata la cultura, insomma, l’individuo stesso viene usato indiscriminatamente a fini demagogici e di potere, senza mai contare, più di tanto, nella pratica di una decisione politica trasformando gli epigoni dei censori del Secondo dopoguerra in “gerarchi” del pensiero unico, mezze-figure, capipopolo senza scrupolo dediti esclusivamente alla soddisfazione di ambizioni insaziabili e al proprio tornaconto personale. Figure deprecabili, certo, ma che purtroppo confermano, non a caso, l’assunto di Voegelin (Die Neue Wissenschaft der Politik, Monaco, Anton Pustet, 1959), secondo il quale ogni società riflette nel suo ordine il tipo di uomo del quale si compone.

In effetti, di questi tempi, a ben guardarci intorno, di gente così – sciaguratamente – se ne vede parecchia in giro.

Fonte: Il Pensiero Forte.it

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Il biomedicale di Mirandola

Covid-19: aziende in prima linea, come ha reagito all’emergenza il più importante distretto biomedicale italiano” è l’istant book scritto da Alberto Nicolini e dalla redazione di Innovabiomed Magazine (composta da Alice Sabatini, Giacomo Borghi e Gian Paolo Maini) uscito oggi edito da ANG Group. Era il 1962 quando, grazie alle straordinarie capacità del dottor Mario Veronesi, prendeva vita nella parte più a Nord della provincia modenese il Distretto Biomedicale Mirandolese, una realtà composta di persone e mani, laboriose e intelligenti, che oggi conta circa 4mila addetti distribuiti su un centinaio di aziende. Dai primi anni sessanta il Distretto si è evoluto e ingrandito anche grazie all’arrivo delle multinazionali del settore. Una cosa però è rimasta immutata: l’approccio delle persone al lavoro, la propensione innata e radicata di questo territorio a rispondere alle esigenze che si presentano, qualunque esse siano. Le aziende hanno affrontato l’emergenza legata al Covid-19 con lo stesso spirito con cui avevano hanno reagito al terribile sisma del 2012. La gente del Distretto, le persone che ne sono essenza e anima – imprenditori, manager e dipendenti – hanno dimostrato ancora una volta grande senso di responsabilità. Non si sono risparmiati le donne e gli uomini del Distretto, hanno lavorato senza sosta nelle retrovie di questa strana guerra al virus. Questo differenzia il settore biomedicale da tutti gli altri: ogni giorno si lavora per il fine più importante, curare il paziente. Perché, prima o poi, pazienti lo saremo tutti. Il libro, arricchito dalla prefazione di Francesca Veronesi, figlia di Mario e Presidente della fondazione Maverx, racconta dunque la storia del Distretto, la reazione della sua gente e delle aziende al sisma del 2012 sino ad arrivare all’emergenza Covid-19 e lo fa tramite interviste alle persone che si sono trovate a combattere una guerra strana, terribile, quella ad un virus che uccideva, senza farsi vedere.

Il libro è in vendita sul sito www.distrettobiomedicale.it e nelle edicole e librerie di Mirandola a 9,50 euro

The post Coronavirus e il distretto del biomedicale in prima linea, è uscito il libro che racconta quei giorni appeared first on SulPanaro | News.

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Fossi un intellettuale ne vedrei della opportunità, il problema è semmai esserne all’altezza è in quel “il proprio tempo appreso con il pensiero” che oggi facciamo fatica a coltivare, pare …

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/l-oggi-guarda-a-ieri-per-pensare-il-domani

Credo che il punto nodale sia rivedere il concetto di comunità: riscrivendo la storia in modo che non sia più competitiva, ma collaborativa…

Pubblicato il da apoforeti | Lascia un commento

Il centrosinistra

s-l1600Ai più giovani o meglio ormai ai 40 enni, l’immagine qui sopra dirà poco o niente e potrà parere solo un  esempio di archeologia monetaria. Eppure chi è stato ragazzo negli anni ’70 sa che con quelle 500 lire ci si potevano  fare tre litri e passa di benzina, almeno fino alla crisi petrolifera, ci si comprava un pacchetto di sigarette estere, persino le inarrivabili Turmac ovali  e a patto di accontentarsi ci si riusciva persino  a fare un pasto. Insomma non erano i 50 centesimi di oggi, ma nell’arco della vita di questo taglio, nato nel 1966, ed eliminato nel 1982  il valore nominale è variato più o meno  dai cinque ai due euro di oggi, ma rapportato al costo reale della vita in molti casi ne poteva valere anche 10. Per questo nell”82 quando fu sostituita da una moneta il valore era ancora tale da giustificare l’uso di un conio bimetallico, il primo al mondo.

leggi tutto su https://ilsimplicissimus2.com/2020/06/11/quando-litalia-andava-in-500-lire/

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La mia generazione

La mia generazione che aveva venti anni cinquant’anni fa non avrebbe mai accettato queste condizioni di detenzione sanitaria. Siccome non eravamo dei mascalzoni come si dice in giro, ci saremmo preoccupati della salute di mamma e papà, ma per non infettarli avremmo fatto certamente un’altra cosa: ce ne saremmo andati tutti da casa, avremmo moltiplicato le comuni di convivenza, avremmo occupato facoltà, scuole fabbriche e chiese, le avremmo difese col fuoco se necessario, e ci saremo divertiti come pazzi mentre qualche nonno se ne andava al creatore.

Franco Berardi Bifo

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/il-sistema-psico-immunitario-della-generazione-proto-digitale

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Sergio Sollima

Amico di Sergio Leone, negli anni sessanta fu uno dei più noti specialisti del genere spaghetti western, con una particolare propensione alla costruzione approfondita dei personaggi. I suoi western erano considerati “politici”, perché caratterizzati da tematiche sociali, con riferimenti non nascosti alle lotte terzomondiste e a Che Guevara. Al rivoluzionario argentino è ispirato il personaggio di Cuchillo, interpretato da Tomas Milian nel dittico La resa dei conti (1966) e Corri uomo corri (1968), che divenne un simbolo per Lotta Continua e la sinistra italiana[2].

https://it.wikipedia.org/wiki/Sergio_Sollima

Faccia a faccia è un film western all’italiana del 1967 diretto da Sergio Sollima.

Trama

Brad Fletcher, un pacifico professore ammalato di tubercolosi, si trasferisce al sole del Texas per curarsi. Nella locanda che lo ospita si ferma la diligenza che sta trasportando in carcere Solomon Bennet, detto Beauregard, uno dei componenti della temibile banda di fuorilegge chiamata Branco Selvaggio, dispersa e decimata nell’ultimo scontro con le forze dell’ordine. Il bandito, ferito da un colpo d’arma da fuoco, è assetato e si lamenta: impietosito, Brad gli dà da bere e lui, approfittando dell’occasione, lo prende in ostaggio e fugge portandoselo dietro.

Durante la fuga la carrozza su cui viaggiano esce di strada e il conducente muore. Brad si prende cura di Beauregard, salvandogli la vita e cercando in tutti modi di redimerlo, ma Beauregard pensa a rimettere in piedi un nuovo Branco Selvaggio, sollecitato anche da un nuovo arrivato, Charlie Siringo, un agente speciale dell’agenzia Pinkerton incaricato di infiltrarsi nella banda. Beauregard, una volta ricomposto il gruppo, libera Brad, che però – mentre sta attendendo nella città di Purgatory City il treno per lasciare il Texas – spara per la prima a volta a un uomo, salvando la vita al fuorilegge.

Affascinato dalla vita avventurosa Brad decide di unirsi al ricostituito Branco Selvaggio, accorgendosi presto che non è soltanto un gruppo di banditi, bensì lo strumento armato di un gruppo di ribelli che vive nella impervia zona delle Pietre di fuoco. Con il passare del tempo Brad si lascia affascinare dalla violenza e il timido professore lascia il posto a uno spietato assassino. Dopo varie vicissitudini, tra cui una sanguinosa rapina in banca ideata dall’ex professore e un assalto di un gruppo di 500 vigilantes a Pietre di fuoco, conclusosi con una carneficina, è Beauregard a porre fine al suo delirio di onnipotenza, uccidendolo.

https://it.wikipedia.org/wiki/Faccia_a_faccia_(film_1967)

NOTA-  Anche stavolta Wikipedia non la racconta giusta: il professore fa in tempo a spiegare la differenza tra crimini individuali (sempre puniti ) e crimini di stato (sempre impuniti)

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Futurologia

Correvano allora, e a passo di carica, gli anni ultimi anni Sessanta e i primi del decennio seguente. Nei paesi che avevano subito le ferite della guerra e le fatiche della ricostruzione, si era già fatto registrare il periodo del boom e, malgrado le periodiche ricadute del ciclo economico – in Italia definite eufemisticamente «congiuntura» –, il clima psicologico volgeva all’ottimismo. Era in pieno svolgimento la gara per la conquista dello spazio extraterrestre, si erano moltiplicati – da noi raddoppiati – i canali televisivi e già da un po’ si parlava di cervelli elettronici, enormi cassoni di metallo che sapevano fare rapidamente calcoli quasi inaccessibili alla mente umana. La sigla Ibm cominciava ad avere un significato per molti e la parola «informatica» circolava a largo raggio.
Gli addetti alle previsioni sul futuro si dividevano, all’epoca, in due schiere, seguendo l’imperitura linea di confine tra ottimisti e pessimisti. Più che scontrarsi frontalmente, si spartivano i compiti e i favori del pubblico. I primi, nettamente maggioritari, puntavano sulle infinite meraviglie della tecnica e della tecnologia, sulla potenza dell’atomo, sulle strabilianti innovazioni nel campo delle telecomunicazioni e della mobilità tout court: il fertile genio di Jules Verne veniva estrapolato dalle pagine dei romanzi per ragazzi e si discettava sulla ormai prossima traduzione delle macchine da lui immaginate in strumenti della reale quotidianità (ma c’era anche chi rispolverava l’uomo-uccello di Leonardo da Vinci e il nome Icaro andava per la maggiore). La genetica faceva la sua parte e prendeva l’avvio la scommessa sugli anni che ci sarebbero voluti per vincere le malattie ed assicurare all’umanità, se non l’agognata immortalità, perlomeno una durata record, con una media spinta oltre il secolo. Gli assai meno numerosi scettici ponevano i primi interrogativi su quella che più tardi sarebbe stata chiamata “l’altra faccia del progresso”. Non smontavano il quadro descritto dalla controparte, ma lo corredavano di dubbi. Come sarebbe stato possibile sfamare una popolazione mondiale in costante crescita? Quali costi avrebbero comportato lo spopolamento delle campagne e il proliferare delle fabbriche nei centri urbani? Il Terzo mondo avrebbe retto l’impatto dell’aumento del già consistente divario di ricchezza rispetto ai paesi “sviluppati”? C’era persino chi metteva in circuito un’espressione fino ad allora riservata a qualche trattato scientifico, «ecologia», associata ad altre parole di recente ingresso nell’uso ordinario, come «inquinamento» e «ambiente».

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600 multipla

Presentata il 14 gennaio 1956 al XXXIX Salone di Bruxelles, può di fatto essere considerata una delle antesignane del moderno concetto di monovolume. Dalla “600 Multipla” venne derivato il furgone “600T“, prodotto dal 1962 al 1968, da cui deriverà a sua volta il furgone “850T“.

Era basata sulla Fiat 600 ed ospitava da quattro a sei persone, a seconda del tipo di modello.[2]

Vista laterale con le caratteristiche aperture

La versione 4-5 posti, oltre al sedile anteriore per due persone, disponeva di un unico sedile posteriore-centrale e di un ampio spazio per i bagagli tra lo schienale e il vano motore; abbattendo i sedili, poteva essere trasformata in un letto matrimoniale lungo quasi due metri.

La versione 6 posti, oltre al sedile anteriore per due persone, disponeva di quattro sedili singoli ripiegabili disposti su due file; abbattendo i sedili si otteneva un piano di carico di oltre 1,75 metri quadrati, interamente sfruttabile, al quale si poteva comodamente accedere mediante le due porte, una per ogni lato.

La versione taxi disponeva anteriormente di un sedile solo per il guidatore, al fianco del quale c’era un ripiano rivestito in gomma per appoggiare i bagagli; posteriormente montava invece un sedile unico posteriore e due strapuntini estraibili, per ospitare fino a quattro passeggeri.

Il posto di guida rispetto alla Fiat 600 venne spostato in avanti, eliminando il volume centrale e conferendo alla struttura le sembianze di un’auto da lavoro. Ebbe notevole successo come taxi negli anni sessanta e come piccolo pulmino economico. Nelle sue campagne pubblicitarie la casa produttrice puntava molto anche sul concetto, a quei tempi quasi rivoluzionario, di un’autovettura destinata anche al tempo libero, al camping e ai vari hobby.[3]

La prima serie monta motore 633 cm³, aumentato di cilindrata per la seconda serie (600 D Multipla) a 767 cm³.

La denominazione “Multipla” venne ripresa dalla FIAT, parecchi anni più tardi, in occasione della presentazione e produzione di un’altra vettura, la “Nuova Fiat Multipla“, che offriva sei posti di serie e che ottenne lo stesso spiccato successo dell’antenata nel campo del trasporto pubblico.

https://it.wikipedia.org/wiki/Fiat_600_Multipla

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Non si uccidono così anche i cavalli?

E i deboli?
Quelli che non si illudono di far parte dell’ élite perché gli è concesso di comprare qualche titolo di borsa, si comportano come i protagonisti di quel film di Sidney Pollack del 1969 (avete notato come i film di quegli anni anticipino situazioni che solo oggi si verificano appieno?).
Vi ricordate la trama: un gruppo di uomini e donne cercano di vincere i 1500 dollari in palio per una maratona di danza, ma i superstiti, e probabili vincitori, alla fine decidono di suicidarsi.

paologiatti.eu

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