Il progressismo europeo

In pochi mesi l’avidità dissennata dei ceti dominanti che ha dovuto ricorrere a emergenze e stati di eccezione per smantellare definitivamente ogni forma di partecipazione al processo decisionale, ha prodotto uno stravolgimento inteso a rivalutare la qualità del progressismo come asse portante del sistema ideologico e di governo occidentale, con la definitiva condanna dell’antagonismo, dell’opposizione politica e morale al totalitario riconosciuto unicamente, Sassoli docet, come aberrazione del socialismo reale, tanto che si va cercare Stalin sotto Putin, l’autodifesa russa dall’espansionismo della Nato come il tentativo di ricostituire l’Urss.

https://ilsimplicissimus2.com/2022/05/27/il-bon-ton-della-tirannia-163441/

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Avanti e indietro

Da piccolo mi avevano insegnato una filastrocca che recitava: “avanti e indrè che bel divertimento”; nel 1959 mio padre aveva ricostruito la casa dove abito tuttora con acqua corrente e riscaldamento adesso la comunità europea mi dice che nel 2029 sarà tutto da cambiare!

Io ricordo l’evoluzione: da una sola stanza riscaldata con la stufa a legna poi la caldaia a carbone, quella a gasolio, il metano centralizzato e il riscaldamento in tutti gli ambienti domestici

Sembra che il nuovo imperativo sia aggiornarsi o perire; però io vedo con l’informatica che i vantaggi non sono mai per il singolo, ma per la grande distribuzione…

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Villeggiatura

C’era una volta la vacanza estiva che durava dai due ai tre mesi. Aveva un nome obsoleto ed in disuso, “la villeggiatura”. Tanti partivano addirittura ad inizio giugno od ai primi di luglio e tornavano a metà settembre. L’ autostrada era una fila di Fiat 850, 600, 1100, 127, 500 e 128, Maggiolini e Prinz. Non era guardato affatto chi aveva la Bmw la Mercedes o l’Audi, perché gli status symbol allora non esistevano. Era tutto più semplice e più vero.

La vacanza durava talmente tanto che avevi la nostalgia di tornare a scuola e di rivedere gli amici del tuo quartiere, ed al ritorno non ricordavi quasi più dove abitavi. La mattina in spiaggia la 50 lire per sentire le canzoni dell’estate nel juke box o per comprare coca cola e pallone.

Il venerdì chiudevano gli uffici e tutti i papà partivano e venivano per stare nel fine settimana con le famiglie. Si mandavano le cartoline che arrivavano ad ottobre ma era un modo per augurare “Buone vacanze da…” ad amici e parenti.

Malgrado i 90 giorni ed oltre di ferie, l’Italia era la terza potenza mondiale, le persone erano piene di valori e il mare era pulito.

Si era felici, si giocava tutti insieme, eravamo tutti uguali e dove mangiavano in quattro mangiavano anche in cinque, sei o più. Nessuno aveva da studiare per l’estate e l’unico problema di noi ragazzi era non bucare il pallone, non rompere la bicicletta e le ginocchia giocando a pallone altrimenti quando rientravi a casa ti prendevi pure il resto.

Il tempo era bello fino al 15 di Agosto, il 16 arrivava il primo temporale e la sera ci voleva il maglioncino perchè era più fresco.

Intanto arrivava settembre, tornava la normalità. Si ritornava a scuola, la vita riprendeva, l’Italia cresceva e il primo tema a scuola era sempre.

“Parla delle tue vacanze”. Oggi è tutto cambiato, diverso. La vacanza dura talmente poco che quando torni non sai manco se sei partito o te lo sei sognato. E se non vai ai Caraibi a Sharm o ad Ibiza sei uno stronzo. O magari hai tante cose da fare che forse è meglio se non parti proprio, ti stressi di meno.

Una risposta certa è che allora eravamo tutti più semplici, meno viziati e tutti molto più felici, noi ragazzi e pure gli adulti. La società era migliore, esisteva l’amore, la famiglia, il rispetto e la solidarietà. Fortunati noi che abbiamo vissuto così.

La vita era quella vera insomma.

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Ricordi di scuola

almeno 4mila letture

Bondeno.today

chiesa del Gesù Ferrara

La finestra in alto a sinistra (adesso del Tribunale) era quella che ospitava nel 1966 la mia classe al liceo classico Ariosto; potete leggerne la storia qui

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Ritorno all’oro

Il “Gold exchange standard” era la formula con cui nell’immediato Dopoguerra si legava la stampa della carta moneta a una quantità definita d’oro (36 dollari ogni oncia d’oro, ora per ogni oncia sono necessari oltre 2000 dollari) per mantenere un rapporto stabile nelle negoziazioni monetarie tra differenti Paesi. Il sistema diede una forte stabilità nei cambi fino al 1971 quando gli Stati Uniti, dovendo stampare carta moneta ma non avendo oro a sufficienza, dichiararono unilateralmente la fine del sistema basato sulla convertibilità in oro e lanciando il mondo in tempeste monetarie, che nel nuovo secolo hanno raggiunto l’apice. Separare la stampa della carta moneta da un sottostante finito, la moneta Fiat, e in quantità scarse, ha lasciato spazio aperto alla stampa infinita di carta moneta senza sottostante, creando un sistema finanziario infinito e non controllabile.

A partire dal 1991 si è aperta la strada a una finanza non regolamentata fondata sul dollaro che ha scosso i mercati, staccando la stessa finanza dai valori reali dei beni e servizi trattati. Alla fine degli anni Novanta, Alan Greenspan ha totalmente deregolamentato la finanza, abolendo la legge Glass-Steagall Act emanata da Franklin Delano Roosevelt nel 1933 per combattere la depressione e il crollo della finanza, creando infiniti strumenti di finanza senza fondamento scientifico. La finanza nelle mani di pochi è diventata un’arma non convenzionale di guerra, come vediamo nel conflitto di oggi tra Russia e Ucraina e le sanzioni finanziarie hanno un potere di mandare in default interi Paesi, se questi non hanno preparato prima una via di fuga.

Quello che si vede adesso è una rincorsa delle Banche centrali all’accumulo di riserve auree: in testa agli acquisti vi sono la Cina e la Russia, che da diversi anni hanno cominciato a creare crescenti riserve d’oro. Dall’inizio della guerra la domanda d’oro per destinarlo a riserva è aumentata del 300 per cento e l’oro viene acquistato anche a prezzi alti. Le maggiori riserve ufficiali pongono gli Usa al primo posto con 8133 tonnellate/oro, a seguire la Germania con 3359 tonnellate/oro, il Fondo monetario internazionale con 2844 tonnellate/oro e infine l’Italia con 2451 tonnellate/oro, poi seguono altri Paesi. Le riserve della Cina e della Russia hanno superato le 3000 tonnellate/oro e ufficiosamente sembrerebbero molte di più. Va ricordato anche che la Cina e la Russia sono i maggiori produttori d’oro, la Cina con 450 tonnellate/anno e la Russia con 295 tonnellate/anno. Da notare che diversi Stati europei che hanno depositato il loro oro Oltreoceano e in Gran Bretagna ne hanno richiesto il ritorno. Anche il nostro Paese ha quasi la metà del suo oro presso la Federal Reserve Bank di New York.

Sia la Cina che la Russia hanno avviato un processo di de-dollarizzazione tramite istituzioni alternative allo Swift e dichiarato l’intenzione di tornare a collegare la stampa di carta moneta all’oro, in altri termini il ripristino del Gold exchange standard. Da tempo la Russia si è preparata alla guerra, liberandosi dei Treasury Bond Usa per evitare le attività congelate all’estero e ha abbattuto il debito pubblico; per questo si è intensificato, unitamente alla Cina, il processo di accumulo d’oro per staccarsi dal sistema occidentale e creare un sistema finanziario alternativo a quello ora dominante, ma sempre meno in prospettiva. La reazione dei Paesi occidentali per rispondere alla convertibilità in oro della moneta Fiat dovrebbe pensare a un piano di risposta che, oggi, sembra molto lontano. Eppure, le riserve d’oro in Europa con i Paesi membri superano le 10.000 tonnellate/oro contro le 8133 tonnellate/oro dichiarate negli Usa. Il Congresso statunitense ha richiesto più volte l’esatto ammontare dell’oro depositato a Fort Knox ma è rimasto senza risposta, sollevando dubbi sulla sua reale consistenza.

Come abbiamo scritto su queste colonne, vi è una guerra più complessa che si gioca a livello geopolitico sulla tenuta dei sistemi monetari in caso di ritorno al Gold exchange standard. E, chi non ha oro a sufficienza per sostenere le proprie valute, può trovarsi in una posizione molto complicata.

Fabrizio Pezzani *Professore ordinario di Economia aziendale – Università Bocconi

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Club di Roma

Nel 1968 Aurelio Peccei, un dirigente industriale italiano con esperienza internazionale, che nella seconda guerra mondiale aveva combattuto come partigiano nelle formazioni di Giustizia e Libertà, fondò il Club di Roma, un’associazione di imprenditori, dirigenti industriali, professionisti e docenti universitari, ai quali l’entusiasmo generalizzato per lo sviluppo industriale e la crescita economica degli anni del dopoguerra non aveva impedito di vedere i segnali preoccupanti di una sempre più grave crisi ecologica in corso. Per valutarne le possibili evoluzioni e adottare misure atte a contenerla, il Club di Roma commissionò a un gruppo di studiosi del Massachussets Institute of Technology, uno studio previsionale sulle conseguenze ambientali che si sarebbero verificate se cinque fattori, già allora critici, avessero continuato a crescere agli stessi tassi d’incremento che avevano avuto negli anni Cinquanta e Sessanta: la popolazione, la produzione di alimenti, la produzione industriale, lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili e l’inquinamento. Nello studio, pubblicato nel 1972 in inglese col titolo The Limits to Growth (I limiti della crescita), in italiano col titolo I limiti dello sviluppo, si sosteneva che tali fattori avrebbero superato i limiti della sostenibilità ambientale e che entro un secolo si sarebbe arrivati al collasso. Queste conclusioni mettevano in discussione il pilastro della crescita economica su cui si fonda il sistema produttivo delle società industriali. Inevitabilmente ne contestarono l’attendibilità tutti coloro che identificavano la crescita economica con il benessere e dedicavano le loro competenze professionali a sostenerla: gli economisti, gli imprenditori e i politici di tutti i Paesi, la finanza internazionale e i mezzi di comunicazione di massa.

https://ariannaeditrice.musvc2.net/e/t?q=5%3dPcKWS%26E%3dG%26F%3dLZOX%268%3dVFWO%26N%3dwLCI8_Jjve_Ut_Kfui_Uu_Jjve_TyPBO.tKx37Gp7wB9J26t.AC_Kfui_Uu3AMx58Ex_Jjve_TyEt-58I-0F-AB9M3t4ptEt-3DM4DxLxG7B8L264-DDGvG-CKtFC-43F2%267%3d2MBOrT.789%26AB%3dXHTM&mupckp=mupAtu4m8OiX0wt

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Edizione a stampa

edizione ridotta

Ne esiste una integrale, ma il costo di stampa è proibitivo…

copertina

la trovate ancora su lulu al link indicato al costo di 13,51 dollari più 6 euro di spese postali pagabili con postepay o carta di credito

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Imprimatur

copertina e retro

Sono 565 pagine in A 4 per circa 3 Kg di peso, ma trovate ancora tutto nel blog anni60.info

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Lido di Spina

Il primo intervento edilizio di rilievo è il quartiere “Le Valli”: cinque fabbricati realizzati negli anni 1963/64 dalla Società Izar, i cui azionisti fanno capo a Mediobanca, alla Società Adriatica di Elettricità (Sad) e a Finanziaria. Nel 1966 è la volta del Centro Bellentani e, nel 1969, del De Rica. Il primo complesso ricettivo è l’Hotel Caravel, seguito dall’Europa Park, dal Continental e dal Gallia. Il Camping Spina realizza addirittura una moderna seggiovia per agevolare gli spostamenti dei turisti da e per la spiaggia. Luogo simbolo del divertimento e della ‘dolce vita’ rivierasca è il ‘Cora Club’, datato luglio 1966. Il locale da ballo e ‘tempio della musica’ è animato dal poliedrico e geniale musicista Ugo Orsatti. In osmosi sonora con il ‘Tropicana’ del Lido degli Estensi e la ‘Rotonda’ del Lido delle Nazioni, ospita e fa esibire i migliori nomi della canzone italiana del momento. La vita scintilla tra le vetrate del Cora, la cui concezione architettonica “richiama lo stile delle più celebrate località balneari californiane, fondendosi in un tutt’uno con l’ambiente circostante, acquistando un sapore vagamente esotico, ma di gusto raffinato”.In un articolo sul Resto del Carlino del marzo 1971, Giorgio Resca scrive: “L’intera zona iniziò la propria trasformazione turistica sotto il controllo di un unico soggetto economico, una grande società immobiliare. L’unità di decisione nello svolgimento del piano di sviluppo, nonchè la forza finanziaria della società, hanno consentito un programma di costruzioni edilizie meno affannoso e più lungimirante che altrove. Si sono perfezionate le comunicazioni con accessi, strade interne e marciapiedi. Si sono realizzati servizi: acquedotto, illuminazione, centri commerciali, uffici”. E, poi, villette, quartieri residenziali, alberghi, ristoranti, camping, villaggi turistici.

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Classici dell’Audacia

Classici Audacia è stata una serie a fumetti edita in Italia dalla Arnoldo Mondadori Editore negli anni sessanta; rappresenta l’esordio in Italia del fumetto franco-belga con famose serie come Michel Vaillant, Blake e Mortimer, Blueberry e altre di importanti autori come Albert Uderzo e Hermann.[1][2][3][4]

#47

Dopo Mondadori li distribuiva Alessandro a Bologna (che frequentavo anch’io); adesso li trovate comodamente online:

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Innocenti Lambretta

Nel 1922 Ferdinando Innocenti di Pescia diede vita ad una fabbrica di tubi d’acciaio a Roma. Nel 1931 spostò tutti i propri affari a Milano, costituendo nel 1933 a Lambrate la più grande fabbrica di tubazioni d’acciaio senza giunti.

Durante la seconda guerra mondiale, la fabbrica fu bombardata e completamente distrutta. Innocenti, nell’attesa di riacquisire da parte degli Alleati gli stabilimenti di Milano, diede vita nella Capitale allo studio del prodotto che avrebbe costituito la riconversione post-bellica della fabbrica. Infatti, prendendo ispirazione proprio dai motorscooter militari americani giunti in Italia durante la guerra, e comprendendo le nuove necessità di motorizzazione utili alla popolazione nell’immediato dopoguerra, decise di dedicarsi alla produzione del rivoluzionario scooter.

Affida il progetto del nuovo veicolo ad una straordinaria coppia di ingegneri aeronautici: Pier Luigi Torre e Cesare Pallavicino. Il primo si occupa della meccanica e ricostruisce gli stabilimenti milanesi (nel periodo pre bellico aveva creato i motori dell’idrovolante Savoia-Marchetti S.55A della trasvolata atlantica di Italo Balbo), mentre il secondo si occupa del telaio e del design (in precedenza era stato il direttore tecnico prima della Breda fino al 1935 e poi della Caproni). Nel 1947 lo scooter, battezzato Lambretta dall’artista Daniele Oppi, è pronto e viene lanciato sul mercato[2].

L’enorme successo non solo nazionale fece sì che la Lambretta, nei quasi 25 anni di produzione, venisse costruita su licenza anche in Germania (dalla NSU), Gran Bretagna, Argentina, Brasile, Cile, India e Spagna ( dalla Serveta ). La Innocenti produsse, sulla base della meccanica dello scooter, anche una serie di motocarri che, inizialmente denominati anch’essi Lambretta, ebbero poi il nome di Lambro.

Il Lui o Lambretta Lui è uno scooter costruito dalla italiana Innocenti dal marzo 1968 al giugno 1969. All’estero il “Lui” venne venduto con il nome di “Luna” (la versione “50 CL”), “Vega” (il “75 S”) e “Cometa” (il “75 SL”).

Nella seconda metà degli anni sessanta la Casa di Lambrate decise la produzione di uno scooter economico, al fine di far fronte alla crisi che attanagliava il settore motociclistico.

Indice

Storia

Il primo prototipo, realizzato nel 1967 dai progettisti della Innocenti, già prefigurava fedelmente le soluzioni tecniche definitive, ma dal punto di vista estetico venne classificato come “invendibile”. Pertanto, si decise di affidare lo styling dello scooter alla Bertone (collaborò poi anche alla successiva Lambretta DL) che partorì il prototipo “Luna Range”, approvato dalla Innocenti ed entrato in produzione in veste pressoché invariata.

La presentazione avvenne il 28 maggio 1968 con il nome di Lambretta 50 Lui. Le due versioni disponibili con motore di 50 cm³ sono la “C” e la “CL”, quest’ultima con diverso disegno di manubrio e fanale, ed erano proposte rispettivamente a prezzo di L. 89.500 e L. 95.000.

Alla fine del 1968 venne presentata una versione con motore di 75 cm³, con poche modifiche estetiche, e disponibile anch’essa in due varianti, “S” (a 115.000 lire) e “SL” (125.000 lire). Quest’ultima è caratterizzata dalla presenza del miscelatore automatico, montato per la prima volta su uno scooter venduto in Italia.

Il “Lui” procurò alla Innocenti un flebile ritorno economico: alla Bertone non erano stati imposti criteri di industrializzazione da rispettare, quindi, solo pochi componenti della produzione esistente poterono essere impiegati sul nuovo modello. Nonostante la massiccia campagna pubblicitaria, le vendite furono scarse (37.614 esemplari, per circa tre quarti nella cilindrata 50), cosa che fece uscire di scena il “Lui” nel 1969.

Accoglienza

I commenti del pubblico furono contrastanti: favorevoli al prezzo interessante (per confronto, la Lambretta J 50 costava 118.000 lire, la Vespa 50 N 107.000) e al raffinato design, ma critici nei confronti di un propulsore non esaltante (lo stesso della Lambretta J 50) e della rinuncia alle usuali dotazioni di uno scooter “tradizionale”, come l’assenza del gancio appendi-borse, degli attacchi per il parabrezza e della ruota di scorta, oltre alla pedana ed allo scudo frontale di ridotte dimensioni.

Lambretta 50 Bertone Luna Range del 1967, prototipo per Lambretta Lui conservato al Museo Bertone
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Ricordi di scuola

Nel 1961 mi iscrivevo al Liceo classico “Ariosto” di Ferrara; in seguito ho pubblicato i miei ricordi:

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Traversando il deserto

Negli anni ’60 del Novecento, piccole cittadine rivierasche come Spotorno, Noli, Finale Ligure, Borgio-Verezzi, Pietra Ligure…poi Loano, Borghetto S. Spirito, Ceriale…fino al Albenga furono sconvolte da una rivoluzione edilizia.

Dapprima piccoli centri, con vocazione marinara, d’orticoltura ed olivicoltura, videro alzarsi una selva di condomini: brutti, orripilanti, accatastati gli uni agli altri che quasi balcone toccava balcone…ferro e cemento a iosa. Qui e là, fra le nuove colate di cemento, ancora spuntano antiche mura smozzicate, archi schiacciati da orribili cataste d’appartamenti, remoti cortili sono diventati oscuri pozzi senza sole.

Si potevano costruire villaggi più desueti alle spalle dei borghi, lasciare che la vita scorresse fra le antiche mura ma la gente voleva cambiarsi d’abito e tuffarsi subito, senza perdere tempo. Come in fabbrica. E poi: perché dover terrazzare le colline quando si poteva costruire sugli orti pianeggianti dietro le spiagge?

Così, migliaia di operai e dipendenti FIAT andarono all’assalto di quella selva di cemento e s’installarono, beati da un condominio in città ad uno al mare: vuoi vedere che, se avrò un po’ di fortuna, in spiaggia potrò anche incontrare – e magari chiacchierare con lui – l’Ingegnere, che dalla mia pressa intravedo appena, un paio di volte l’anno?

La FIAT, a quell’epoca, aveva 100.000 dipendenti diretti a Torino ed un indotto che era quantificabile dal doppio al triplo: un’intera città  lavorava per gli Agnelli. Oggi (fonte: ANSA) gli stabilimenti torinesi occupano circa 6.000 dipendenti e dell’indotto non c’è più traccia.

Così, quel mondo trascorso e passato, finge d’esistere ancora per un paio di mesi l’anno, ma è un mondo emaciato, livido, e nei suoi occhi sbarrati si leggono solo più ansia per il futuro e tormento per l’oggi. Il Covid, è stato solo una pietra d’inciampo, nulla più.

Carlo Bertani estratto da http://carlobertani.blogspot.com/2021/05/traversando-il-deserto.html

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Tommy

La quarta moneta dedicata dal Regno Unito ai suoi storici talenti musicali

Tommy è, passatemi l’ardire, un’operetta morale sospesa tra i mali del tempo, che poi sono quelli di tutti i tempi purtroppo: l’istituzionalizzazione e mercificazione delle religioni, per dirne uno, i veleni della società consumistica, per dirne un altro e, soprattutto, la risoluzione di traumi infantili dovuti da abusi di natura sia psicologica e che fisica, cosa questa che lo stesso chitarrista Pete Townshend aveva sperimentato su di sé, tanto che molti considerano Tommy una sorta di seduta di psicanalisi fatta su spartito. Il tema stesso però, pur riprendendo l’archetipo del viaggio, inteso come ricerca interiore, viene portato agli estremi, ponendo il protagonista come un “antieroe”, in toto incapace di provare e manifestare le proprie sensazioni, incatenato a un corpo che non risponde ai suoi impulsi. Con una trama così, ovviamente fu immediata la voglia di trarne un film che ne spiegasse ancora in maniera più lucida e didascalica il concept interno che lo animava. I tentativi di trasposizione su celluloide furono molteplici; lo script dapprincipio fu offerto persino a George Lucas che rifiutò per concentrarsi nella sceneggiatura di American Graffiti (lasciando tutti con la suggestione di cosa ne sarebbe potuto venir fuori). Ci fu così un periodo di stallo, in cui si credette che la cosa non sarebbe mai andata in porto, finché non venne fatto il nome di quel genio visionario di Ken Russell.

Già, perché bisogna sottolineare fin da subito che, a differenza di The Wall di Alan Parker per dire, nell’intero film di Russell non viene pronunciata una battuta: i dialoghi sono interamente affidati ai brani, nel pieno rispetto dell’idea iniziale. L’unico azzardo, l’unica svirgolata, se così possiamo dire, è nella sequenza di Pinball Wizard che comprende una performance di Townshend stesso che non era prevista su disco: pare che Pete fu talmente estasiato dalla versione di Sir Elton John che volle prodursi nel suo celeberrimo smash-guitar nonostante gli altri compagni non fossero completamente d’accordo perché più vicino, per così dire, all’idea di band che allo storyboard del disco. Tutti invece furono elettrizzati dalle personificazioni cinematografiche dei protagonisti.

https://www.rollingstone.it/opinioni/opinioni-musica/tommy-degli-who-la-piu-grande-opera-rock-di-tutti-i-tempi/459316/#Part2

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Mini 3 cilindri Innocenti

Nella seconda metà degli anni sessanta, la Innocenti era guidata da Luigi Innocenti, figlio del fondatore Ferdinando. La produzione di automobili su licenza BMC (British Motor Corporation) procedeva in maniera soddisfacente e la casa di Lambrate accarezzava l’idea di una vettura interamente progettata e costruita in Italia. Fu così affidato a Nuccio Bertone e a Giovanni Michelotti, l’incarico di approntare dei progetti per una piccola utilitaria, da proporre nella fascia di mercato delle vetture da 750 cm³, da affiancare all’ormai datato modello “Mini

Attraverso le diverse gestioni della Innocenti (Leyland, De Tomaso e FIAT) la vettura, in tutte le sue diverse e successive evoluzioni, ebbe comunque un consenso di pubblico costante negli anni, che assestò le vendite su un livello tale da farla sopravvivere fino al 1993. Con un design quasi immutato per 19 anni, a conferma delle potenzialità dell’utilitaria che – dopo anni di oblio e dimenticatoio – risulta oggi ancor più apprezzata di quanto non lo fosse all’epoca della sua produzione.

Negli ultimi anni di commercializzazione, nelle versioni più economiche, la piccola Innocenti assurse anche al ruolo di auto meno costosa del mercato, mutando completamente il target di posizionamento che le era stato assegnato al suo esordio di “auto snob”. Curioso il fatto di come la vettura vivesse pure di un mercato di sostituzione. Parecchi utenti, durante gli anni di produzione, usavano cambiare la propria Mini con una Mini delle serie successive. Le dimensioni minime e le buone prestazioni e doti di economia dell’auto, crearono anche una nicchia di discreti affezionati, che fece vivere il mercato dell’usato della Mini Bertone anche alcuni anni dopo la sua uscita di produzion

quattroruoteclassiche
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Guido Crepax

artedossier

Per dire quanto fossero ricchi di genialità gli anni ’60 (la mostra di cui in immagine è ad Aosta, Centro Saint-Benin)

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60 anni nello spazio

Tra pochi giorni, sessant’anni fa, l’uomo usciva per la prima volta dall’atmosfera terrestre. Jurij Alekseevi? Gagarin a bordo della Vostok 1 rimase in orbita per un’ora e quaranta minuti. Per la prima volta l’umanità veniva a sapere che il suo pianeta, visto dallo spazio, è azzurro.

L’artefice di quella missione era stato soprattutto Sergej Pavlovi? Korolëv, detto il Costruttore capo, il geniale progettista che aveva portato il programma russo a mettere in orbita il primo satellite e poi il primo essere umano. E che morì nel gennaio del 1966, prima di poter portare a termine il suo sogno successivo, lo sbarco sulla Luna.

Su Wikipedia “l’enciclopedia lbera”, la voce Gagarin è vuota…

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La triplice (Lama, Storti,Vanni)

Nella Roma appena liberata dai nazifascisti subito partecipa nel 1944 alle prime lotte politiche. Milita nella Gioventù Repubblicana e ne diviene uno dei leader. Poco più tardi, dal 1947 e fino al 1949 diviene segretario politico della Federazione Giovanile Repubblicana.[1]

L’esperienza politico sindacale in UIL

Il 5 marzo 1950 fu tra i 253 delegati che alla Casa dell’Aviatore a Roma parteciparono al convegno costitutivo dell’Unione Italiana del Lavoro (UIL), a forte carattere socialdemocratico laico e riformista. Insieme a lui, tra i protagonisti di quel giorno, vi erano l’ex Presidente del Consiglio ed azionista Ferruccio Parri, Italo Viglianesi, Enzo Dalla Chiesa e Renato Bulleri del Partito Socialista Unitario e il suo compagno di partito Amedeo Sommovigo. Nella UIL appena costituita viene subito eletto segretario confederale, prima a capo del servizio organizzazione e poi, dal 1953 al 1964, di quello sindacale.

Dal 1964 al 1969 è a capo del servizio affari generali, assistenza e previdenza della UIL. In pieno autunno caldo nel 1969 il quinto congresso della UIL elesse Italo Viglianesi presidente affiancato da tre segretari generali: Lino Ravecca espressione del PSDI, Ruggero Ravenna del PSI e Vanni stesso come rappresentante del PRI.[2] Il comitato centrale della UIL del 27 ottobre 1971 elesse Vanni segretario generale.[3].

In quel periodo era all’ordine del giorno la discussione sull’unione con le altre due confederazioni CGIL e CISL. Giorgio Benvenuto, rappresentante della corrente più a sinistra nella UIL, era per un’unione in tempi brevi mentre Vanni temendo un’egemonia del PCI era più cauto sui tempi e sui modi. Vinse la sua linea e fu eletto. Comunque fu durante il suo mandato, nei duri anni dopo l’autunno caldo, che insieme a Luciano Lama e Bruno Storti formò la Federazione CGIL, CISL, UIL, federazione unitaria delle tre sigle confederali. Il suo mandato, confermato al sesto congresso ebbe fine il 30 settembre 1976 con l’elezione di Giorgio Benvenuto alla segreteria generale della UIL.

Wikipedia

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Francobolli anni 60

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Prandstraller

Ci si può domandare, a questo punto, come sia potuto accadere che, dopo le aperture in senso liberale realizzate nel decennio ’60, dopo l’incremento della partecipazione politica e la messa in discussione dell’autoritarismo tecnocratico e militare attuata in quel periodo, l’Occidente sia ora di fronte a un tale cambiamento.
Una congrua risposta a questa domanda implicherebbe che fossero presi in considerazione i numerosi fattori, interni ed esterni, che hanno interferito sul cammino dell’Occidente nel recente periodo, togliendogli la baldanza libertaria da cui sembrava animato. Ma se ci si vuole limitare ad una eziologia riferibile alla stessa natura della fase politico-culturale che ha preceduto la svolta invclutiva, si deve osservare che i movimenti degli anni ’60 non hanno avuto né la chiarezza ideologica né la forza d’urto necessarie per intaccare le istituzioni portanti, quelle cioè che fondano l’assetto generale di una società. Benché essi abbiano compiuto un apprezzabile lavoro di destrutturazione, non sono stati in grado di estenderlo al di là di alcune istituzioni sostanzialmente marginali rispetto al nucleo centrale del potere. Hanno intaccato – a vantaggio dell’autodeterminazione individuale – la famiglia, la scuola, l’università, togliendo a queste entità parte dell’impronta repressiva che precedentemente avevano; hanno liberalizzato l’amore, legittimato il privato, garantito nuovi spazi alla circolazione delle idee; valorizzato la marginalità rispetto alla centralità, e messo in evidenza la negatività del potere sul piano etico. Ma questo insieme di risultati non è valso a modificare la struttura dell’impresa e l’assetto politico, i due assi portanti con cui ogni sviluppo civile deve fare i conti. Questi assi sono passati indenni nella bufera degli anni ’60 ed ora si può constatare che hanno rinforzato il proprio impianto autoritario con gravi conseguenze generali.
Minacciate ma non colpite direttamente, tali istituzioni sono riuscite ad attuare le loro vendette negli anni ’70. Certe forme che esse avevano assunto in Occidente ben prima della contestazione realizzavano implicite negazioni del plu-ralismo e ne riducevano grandemente l’attuabilità. La tecnocrazia, i monopoli e il sistema sempre più rigidamente strut-turato dei partiti erano di per sé rilevanti smentite dei principi di questo e ostacoli gravissimi alla sua estrinsecazione concreta. Quelle istituzioni in realtà configuravano un modello antidemocratico nel bel mezzo della democrazia e nella sostanza sabotavano quest’ultima. La piega corporativa assunta in seguito su larga scala dalla società occidentale appare perfettamente in linea con tale sabotaggio occulto ma micidiale. Forza contro forza, compagine di potere contro compagine di potere, la società è andata sempre più accentuando – attraverso un’organizzazione puntigliosa dei suoi corpi interni – caratteri che nulla avevano di democratico, già evidenti peraltro nelle concentrazioni apparse prima che il fenomeno corporativo assumesse un’estensione generale.
Il fallimento degli scopi principali della contestazione -nonostante il successo ottenuto in campi secondari – è comprensibile se si considera, oltre alla debolezza delle forze sociali su cui essa si fondava, il tipo di elaborazione teorica che la sorreggeva. Il primo elemento è troppo evidente per aver bisogno di molti commenti: le forze implicate nei « movimenti » non solo erano numericamente esigue rispetto alla massa della popolazione, ma operavano in settori obiettivamente periferici, o resi tali dalla natura stessa della società industriale avanzata. Gli studenti, le donne e alcune altre componenti attive dei movimenti, in genere non agivano a contatto diretto con i grandi processi produttivi e politici né, tanto meno, nei corrispondenti apparati. La loro protesta, di conseguenza, non poteva avere una specifica incidenza su tali processi. Anche quando – come in Francia – i movimenti giunsero a minacciare l’assetto politico, tale minaccia fu effimera e troppo debole per arrivare ai nuclei sostanziali del potere. Essa comunque non potè coinvolgere la « struttura » vera e propria.
Per quanto riguarda il secondo elemento, ora che si possono vedere le cose con sufficiente distacco, non è difficile constatare che la pars destruens della critica teorica è stata di gran lunga più elaborata della pars construens. Nessun progetto di mutamento applicabile alle istituzioni portanti fu invero delineato dal pensiero critico. I teorici indugiarono al livello dei grandi presupposti, mettendo in luce il carattere alienante e repressivo della società vigente: ma al di là della denuncia di tale repressività (presentata da Marcuse come un fatto pressoché irrimediabile) essi non seppero spingersi. La formazione più filosofica che sociologica, economica e politologica dei più importanti intrepreti del pensiero critico, e inoltre la scarsa volontà di abbandonare una certa metodologia deduttiva che pretendeva di ricavare tutto da alcuni assiomi, hanno favorito l’inclinazione alla denuncia senza alternative pratiche e senza operatività concreta.
A ciò si aggiunga che – mettendo in risalto le potenzialità repressive della cultura occidentale – il pensiero critico ha trascurato di sottolineare e di valorizzare quelle libertarie. L’atteggiamento di Adorno e Horkheimer nei riguardi del-l’illuminismo è in proposito tipico. La oggettiva svalutazione di uno dei più grandi momenti culturali dell’Occidente da essi decretata in Dialektik der Aufklarung (1947) – benché presentata come tentativo di salvarne il vero spirito – ha costituito, per molti versi, un atto suicida, una professione di sfiducia nella ragione occidentale non accompagnata da alcuna alternativa concreta. Non si può non convenire a questo proposito con Jacques Ellul, quando sottolinea che « coloro che sono stati i portatori o i ricercatori dei valori di una civiltà, coloro che vogliono il rinnovamento di una cultura, hanno troppo facilmente respinto, disprezzato il retaggio positivo del mondo occidentale. I nostri intellettuali, travolti da una sorta di delirio di autodistruzione, hanno perduto il senso dell’avventura occidentale, e degli atleti bardati di tutto punto: hanno creduto di potersene impadronire, mentre non facevano che assestargli il colpo di grazia »

GIAN PAOLO PRANDSTRALLER
Nato a Castello di Godego (TV) il 26/03/1926, libero docente in Sociologia Generale nel 1969, Professore incaricato di Sociologia presso l’Università di Padova dal 1969 al 1975, Professore straordinario di Sociologia nell’Università di Lecce nel 1976, Professore Ordinario di Sociologia nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna nel 1977.

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